1. UNA BUSTA TRA ROMA E JOLIET

Per secoli i Papi hanno incoronato re, deposto imperatori, benedetto e scomunicato governi. Nessuno di loro, però, aveva mai compiuto il gesto più semplice che una democrazia chieda ai suoi cittadini: votare.

Il 3 ottobre 2026 un elettore registrato nella contea di Will, alla periferia sud di Chicago, ha chiesto di ricevere la scheda per corrispondenza in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Il suo nome, negli elenchi del County Clerk, è Robert Francis Prevost. Il suo indirizzo di residenza effettivo è la Città del Vaticano1. La notizia, diffusa dal Chicago Sun-Times il 29 ottobre e confermata dagli uffici elettorali dell’Illinois, ha fatto rapidamente il giro del mondo: se la busta tornerà a Joliet, dove la contea raccoglie e scrutina i voti, Leone XIV sarà il primo pontefice della storia a partecipare a un’elezione politica durante il pontificato.

La scheda è di quelle che ogni elettore dell’Illinois conosce: il governatore dello Stato, un seggio al Senato federale, il rappresentante alla Camera, una serie di cariche locali. Nulla di straordinario, se non il mittente. E il tempismo: il Papa la compilerà nelle settimane della convalescenza seguita all’intervento del 13 ottobre al Policlinico Gemelli, e mentre i rapporti tra Santa Sede e amministrazione statunitense attraversano una delle stagioni più tese degli ultimi decenni.

Ma prima di chiedersi che cosa significhi, conviene chiedersi se sia possibile. E la risposta, come spesso accade quando si incrociano più ordinamenti, è meno ovvia di quanto sembri.

2. SOVRANO A ROMA, ELETTORE IN ILLINOIS

La questione va esaminata da tre punti di vista: quello di Washington, quello del Vaticano e quello del diritto canonico.

Il diritto statunitense. Prevost è cittadino americano per nascita, in forza del XIV emendamento. Ci si potrebbe domandare se l’assunzione della guida di uno Stato straniero non abbia comportato la perdita della cittadinanza. La risposta è negativa: la legge federale annovera tra gli atti potenzialmente espatrianti l’accettazione di cariche presso un governo estero (8 U.S.C. § 1481), ma la Corte Suprema, con le sentenze Afroyim v. Rusk (1967) e Vance v. Terrazas (1980), ha stabilito che la cittadinanza si perde solo se l’atto è compiuto con l’intenzione specifica di rinunciarvi2. Nessuna intenzione del genere è mai stata manifestata. Quanto alle modalità, l’Illinois consente dal 2010 a qualunque elettore di votare per posta senza addurre motivazioni, e la normativa federale sul voto dei cittadini all’estero completa il quadro.

Il diritto vaticano. Il Papa è cittadino dello Stato della Città del Vaticano, ma la cittadinanza vaticana, disciplinata dalla legge n. CXXXI del 22 febbraio 2011, è di natura funzionale: si lega all’ufficio, non sostituisce né cancella quella d’origine. Paradossalmente, l’unico luogo al mondo in cui il Pontefice non potrebbe votare è proprio il suo Stato, perché lì non si vota. La Legge fondamentale del 2023 gli riserva la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario: il sovrano non ha bisogno di consenso elettorale. Per deporre una scheda, Leone XIV deve dunque uscire, almeno sulla carta, dai confini vaticani.

Il Trattato Lateranense. Più delicato è il richiamo all’art. 24 dei Patti del 1929, con cui la Santa Sede dichiara di voler rimanere estranea alle competizioni temporali fra gli Stati, salvo che le parti facciano appello alla sua missione di pace3. Il voto del Papa viola questo impegno? No, per due ragioni. La prima: la norma vincola la Santa Sede come soggetto di diritto internazionale, non la persona fisica del cittadino Prevost. La seconda, decisiva: il voto è segreto. Una posizione che nessuno conosce non può essere imputata all’istituzione. Riaffiora qui una distinzione che il diritto della Chiesa conosce bene, quella tra persona e ufficio: è il cittadino a votare, non la Sede Apostolica.

Il diritto canonico. Il Codice vieta ai chierici di assumere uffici pubblici che comportino l’esercizio del potere civile (can. 285 §3) e di prendere parte attiva ai partiti politici (can. 287 §2). Non vieta, né potrebbe farlo, l’esercizio del voto. Anzi, come vedremo, lo considera un dovere.

3. NÉ ELETTI NÉ ELETTORI: UNA STORIA LUNGA CENTOCINQUANT’ANNI

Per comprendere quanto sia singolare questa scheda bisogna tornare al 1861. All’indomani della proclamazione del Regno d’Italia, don Giacomo Margotti coniò sulle colonne dell’Armonia una formula destinata a durare mezzo secolo: i cattolici italiani dovevano essere «né eletti né elettori». Dopo la presa di Roma del 1870, la Santa Sede fece propria quella linea: con il non expedit, ribadito dalla Sacra Penitenzieria nel 1874, si dichiarava «non conveniente» la partecipazione dei fedeli alle elezioni politiche di uno Stato che aveva annesso il territorio pontificio.

L’astensione, insomma, è stata per decenni la forma con cui il Papato faceva politica. Il ghiaccio cominciò a incrinarsi con Pio X, che nell’enciclica Il fermo proposito (1905) ammise deroghe caso per caso, e poi con il Patto Gentiloni del 1913. Solo nel 1919, con Benedetto XV e la nascita del Partito Popolare di don Sturzo, il divieto venne definitivamente superato4. Dieci anni dopo, i Patti Lateranensi chiusero la Questione romana e fissarono quella neutralità internazionale di cui si è detto.

C’è poi la questione della nazionalità. Da Adriano VI, morto nel 1523, fino al 1978, tutti i Papi sono stati italiani: nessuno di loro, nell’Italia repubblicana, ha mai deposto una scheda nell’urna. Giovanni Paolo II, eletto quando la Polonia era sotto un regime comunista, non avrebbe avuto elezioni libere a cui partecipare. Di Benedetto XVI non risulta alcun voto in Germania. Francesco conservò il passaporto argentino, rinnovandolo nel 2014, ma in Argentina il voto è obbligatorio solo fino ai settant’anni, e Bergoglio fu eletto a settantasei: non risulta che abbia mai votato da Pontefice.

Leone XIV è dunque il primo Papa proveniente da un Paese in cui il voto è al tempo stesso libero, personale e radicato in un’abitudine civica che non si è interrotta con la porpora. I registri pubblici della contea di Will documentano la sua partecipazione alle elezioni generali del 2012, del 2014, del 2018 e del 2024, oltre che ad alcune primarie: un dato che, come vedremo, ha un suo peso.

4. UN VOTO SEGRETO IN UN ANNO RUMOROSO

Il contesto rende inevitabile una lettura politica. Il 2026 è stato l’anno del più aspro confronto pubblico tra un Pontefice e un Presidente degli Stati Uniti in età contemporanea. Le critiche di Leone XIV alla politica migratoria dell’amministrazione e alla guerra con l’Iran hanno provocato, ad aprile, un attacco diretto di Donald Trump, che lo ha definito debole sulla criminalità e inadeguato in politica estera. Il Papa ha risposto di non temere l’amministrazione e ha rivendicato di parlare a partire dal Vangelo, non come un avversario politico. Sullo sfondo, un elettorato cattolico conteso e decisivo in molti collegi.

È facile, in questo clima, vedere nella scheda elettorale un messaggio. Ma il diritto, ancora una volta, aiuta a ridimensionare le interpretazioni troppo frettolose. Anzitutto, il voto è segreto, e nulla lascia pensare che il Papa intenda rivelarlo. In secondo luogo, i precedenti del cittadino Prevost resistono a ogni etichetta: le ricostruzioni giornalistiche lo indicano, negli anni, partecipe delle primarie repubblicane e, secondo alcune fonti, anche di quelle democratiche. Non stupisce: la dottrina sociale della Chiesa, che tiene insieme la difesa della vita nascente, l’accoglienza dei migranti, la famiglia e la pace, non coincide con il programma di nessun partito americano, e anzi li interroga entrambi.

C’è infine un argomento che si tende a trascurare: anche l’astensione sarebbe stata letta come un messaggio. Un Papa americano che avesse rinunciato al voto proprio nell’anno dello scontro con la Casa Bianca avrebbe offerto materia di commento non minore. Tra il gesto pubblico e il silenzio eloquente, Leone XIV sembra aver scelto la via più sobria: esercitare un diritto come qualunque altro elettore, senza trasformarlo in una dichiarazione.

5. IL CATECHISMO NELL’URNA

Resta il significato forse più profondo, che è ecclesiale prima che politico. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 2240, include l’esercizio del diritto di voto tra i doveri morali che discendono dalla corresponsabilità per il bene comune, accanto al pagamento delle imposte. Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes (n. 75), aveva già ricordato a tutti i cittadini il diritto, che è anche dovere, di usare del proprio libero voto per promuovere il bene comune5. E la Conferenza episcopale statunitense dedica da decenni un documento, Forming Consciences for Faithful Citizenship, proprio alla responsabilità elettorale dei cattolici.

Da questa prospettiva, il gesto di Leone XIV non rappresenta un’invasione di campo, ma una forma di coerenza. In democrazie segnate da un astensionismo crescente, e in un tempo in cui la tentazione di molti credenti è quella di ritirarsi dalla vita pubblica, il Papa che chiede la sua scheda come un pensionato dell’Illinois offre un esempio difficile da ignorare. Non indica per chi votare, compito che la Chiesa affida alla coscienza formata di ciascuno. Indica che votare è parte della vita cristiana.

Il diritto canonico, del resto, chiede ai chierici di stare lontani dalla militanza di partito proprio perché la loro voce non diventi quella di una fazione. Ma non ha mai chiesto loro di smettere di essere cittadini. Leone XIV sembra applicare a se stesso quella stessa misura: nessuna tessera, nessuna indicazione di voto, una scheda nel segreto.

6. CONCLUSIONI

Nel maggio 2025 il cardinale Prevost ha deposto la sua scheda nell’urna della Cappella Sistina, sotto il Giudizio universale di Michelangelo. Diciotto mesi dopo torna a votare, questa volta da Papa, in un ufficio elettorale di contea, tra gli elettori di una periferia americana. Due urne lontanissime, che raccontano bene la doppia appartenenza di ogni cristiano: cittadino del cielo e, al tempo stesso, della terra.

La Chiesa che un secolo e mezzo fa chiedeva ai fedeli di non votare ha oggi un Papa che vota. Non è una contraddizione, ma il segno di un lungo cammino: dalla diffidenza verso lo Stato moderno alla partecipazione leale alla vita democratica, senza rinunciare alla libertà di giudicarla.

Il Vangelo, del resto, aveva già tracciato il confine: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Il 3 novembre Leone XIV restituirà a Cesare la cosa più piccola e, insieme, più preziosa che una democrazia possa chiedere: una scheda. Ciò che vi sarà scritto resterà, come deve, tra lui e la sua coscienza.

L’autore