La nuova legge elettorale torna al centro del dibattito politico in vista delle votazioni di settembre. Tra i nodi principali c’è l’ipotesi di introdurre il ballottaggio, sostenuta da Libertà Eguale e Magna Charta come possibile strumento per garantire maggiore governabilità e, al tempo stesso, limitare il peso delle forze populiste ed estremiste.

Una proposta che si inserisce in un dibattito di lunga data e che riapre questioni cruciali sul rapporto tra rappresentanza, governabilità e sistema dei partiti. Ne abbiamo parlato con il professor Stefano Ceccanti, approfondendo le ragioni del doppio turno, i suoi effetti sui diversi schieramenti e i limiti costituzionali indicati dalla Consulta.

  1. Prof. Ceccanti, prima delle votazioni sulla nuova legge elettorale a Settembre, avete lanciato, come Libertà Eguale e Magna Charta, un appello: introdurre il ballottaggio nel testo della riforma. Perché avete questa esigenza?
    Non si tratta di una riflessione estemporanea. La proposta tiene conto di un dibattito di lungo periodo, dall’accordo sulla legge elettorale tra le maggiori forze politiche raggiunto nella Commissione bicamerale D’Alema tradotto poi in testo dal deputato Mattarella, il cosiddetto patto della crostata, dalla Relazione finale della Commissione di esperti del governo Letta, della giurisprudenza costituzionale sull’Italicum che ammette il ballottaggio a determinate condizioni. Il punto è che in un contesto di affermazione delle forze più estremiste populiste e sovraniste sia i sistemi proporzionali sia quelli maggioritari a turno unico tendono a rafforzarle. Nel caso dei proporzionali perché tali forze possono rivelarsi necessarie per formare coalizioni post-elettorali, nel caso dei maggioritari a turno unico perché diventa conveniente aggregare tutti contro gli avversari- Solo un doppio turno che non preveda coalizioni ulteriori tra un turno e l’altro rispetta i loro elettori perché dà loro una seconda opzione senza dover includere i partiti in coalizioni troppo eterogenee,
  2. L’introduzione del ballottaggio potrebbe essere la chiave di volta in funzione anti-Vannacci e, più in concreto, contro le formazioni estremiste: secondo lei la maggioranza riuscirà a trovare una quadra?
    Entrambi i poli maggiori sia con la legge vigente, il Rosatellum, sia con quella uscita dal Senato, sono soggetti alla tentazione di imbarcare tutti per vincere senza poi poter governar a causa della presenza di estremisti decisivi nella coalizione. Oggi la cosa sembra riguardare di più il centrodestra per la presenza di Vannacci ma gli elettori sono mobili e le spinte populiste plurime: da qui a quando si voterà ci potrebbero essere forze ugualmente rilevanti sull’altro estremo a premere sul cosiddetto campo largo.
  3. Dal Campo Largo si accusa la maggioranza di voler introdurre il ballottaggio per “conservare il potere”. Secondo lei, nel nostro Paese i cambi di legge elettorale hanno sempre avuto questa sola finalità? Rileva una tendenza in questo senso?
    Le ragioni contingenti che possono portare l’uno o altro schieramento a fare una scelta piuttosto che un’altra non ci devono interessare più di tanto. Il punto è se l’analisi proposta, che viene da lontano, è corretta oppure no, se il doppio turno riduce il peso di minoranze intense che sono invece sopravvalutate coi proporzionali o coi maggioritari a turno unico.
  4. Sul piano tecnico, pesa la sentenza N. 35/2017 della Consulta sull’Italicum. L’introduzione delle soglie del 38% e del 48% bastano a garantire l’equilibrio di sistema?
    La sentenza Italicum ha ritenuto costituzionale un premio del 55% a chi ottenga il 40% dei voti in un turno unico. Ha poi richiesto che in caso di ballottaggio non ci sia un eccesso di disproporzionalità tra i risultati in voti del primo turno e il premio in seggi nel secondo. Da qui un ballottaggio solo nel caso in cui entrambe le coalizioni abbiano preso almeno il 38% dei voti, che corrisponde a circa il 40% dei seggi, considerando i voti dispersi dalle liste sotto la soglia di sbarramento. Qualora una sola lista abbia superato il 38% il premio è assegnato al primo turno solo se la prima lista o coalizione abba ottenuto almeno il 42 per cento dei voti in entrambe le Camere.
  5. Il Presidente Giuseppe Benedetto della Fondazione Einaudi avverte che il ballottaggio rischia di “uccidere” il centro a vantaggio dei due blocchi. Lei condivide questo allarme? Il secondo turno penalizzerebbe davvero l’area centrista?
    Il Presidente Beneddetto, con cui condivido i giudizi su molte questioni politiche, in questo caso sbaglia. Ritiene che un terzo polo centrista sia per forza l’area politica più consistente fuori dai poli maggiori e pensa quindi che senza ballottaggio e senza premi si possa costruire un governo attraverso forze di centro, tagliando le ali del sistema. Il dato reale di questa fase storica è che invece fuori dai poli sono ben più consistenti forze populiste e quindi proprio esse beneficerebbero di un potere sproporzionato di ricatto con un’assegnazione proporzionale dei seggi.

L’autore

Sara Gilardi

Studentessa di Relazioni Internazionali presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Sapienza. Appassionata di diritto internazionale e costituzionale, scrive per Politica, un magazine online.

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