ABSTRACT
Il 22 maggio 2025, a Londra, Regno Unito e Mauritius firmano un accordo definito da entrambe le parti come storico: la sovranità sull’arcipelago di Chagos torna a Mauritius, chiudendo, almeno sulla carta, una controversia coloniale lunga sei decenni. Downing Street parla di svolta epocale, Washington saluta l’intesa, l’India la definisce un modello di decolonizzazione. Eppure, oltre un anno dopo, quell’accordo non è ancora legge. Il disegno di attuazione resta bloccato in un rimpallo (il cosiddetto ping pong parlamentare) tra Camera dei Comuni e Camera dei Lord, mentre il governo britannico continua a rinviare la ratifica.

SOMMARIO1. LE RADICI COLONIALI DELLA DISPUTA – 2. L’ACCORDO DEL 2025 – 3. IL NODO AMERICANO – 4. I CHAGOSSIANI, I GRANDI ASSENTI – 5. SOVRANITÀ, BASI MILITARI E ORDINE INTERNAZIONALE – 6. CONCLUSIONI

  1. Le radici coloniali della disputa

Mauritius era stata amministrata dal Regno Unito, insieme all’arcipelago di Chagos come sua dipendenza, sin dal Trattato di Parigi del 1814. Nel 1965, mentre l’indipendenza mauriziana si avvicinava, Londra convocò a Lancaster House una conferenza costituzionale in cui ottenne dai rappresentanti della colonia il consenso, almeno formale, a separare l’arcipelago da Mauritius in cambio di un pagamento di 3 milioni di sterline. Nello stesso anno, con un Order in Council, il Regno Unito creò il British Indian Ocean Territory (BIOT), un’entità coloniale distinta comprendente le Chagos. Quando Mauritius ottenne l’indipendenza nel 1968, il suo nuovo territorio non includeva più l’arcipelago: una scelta dettata dall’interesse di Stati Uniti e Regno Unito a installare una base militare su Diego Garcia, la più grande delle isole.

Tra la fine degli anni ’60 e il 1973 la popolazione chagossiana — stimata tra le 1.500 e le 2.000 persone — fu allontanata con la forza dalle isole per fare spazio alla base, e trasferita principalmente a Mauritius e alle Seychelles, spesso in condizioni di grave indigenza.

A partire dagli anni ’80, i governi mauriziani iniziarono a rivendicare formalmente la sovranità sull’arcipelago nei principali fori internazionali, portando progressivamente la questione all’attenzione dell’Organizzazione per l’Unità Africana, del Movimento dei Paesi Non Allineati e infine delle Nazioni Unite.

Il punto di svolta arriva nel 2019, quando la Corte Internazionale di Giustizia, su richiesta dell’Assemblea Generale ONU, emette un parere consultivo: stabilisce che la decolonizzazione di Mauritius non fu completata legalmente nel 1968, perché la separazione delle Chagos non si basò sulla libera ed effettiva volontà del popolo mauriziano, e che il Regno Unito è tenuto a porre fine alla propria amministrazione dell’arcipelago il prima possibile. Si tratta però di un parere consultivo, non di una sentenza resa in una controversia contenziosa tra Stati che ne abbiano accettato la giurisdizione: per questo non produce un obbligo giuridico automaticamente vincolante. Ciò nonostante, il suo peso politico fu enorme, confermato pochi mesi dopo da una risoluzione dell’Assemblea Generale approvata con 116 voti a favore, 6 contrari e 56 astensioni, che intimava a Londra di porre fine “il più rapidamente possibile” alla propria amministrazione.

  • L’accordo del 2025

Il 22 maggio 2025 il Regno Unito firma con Mauritius l’accordo sulla sovranità dell’arcipelago di Chagos, ma non senza un ultimo colpo di scena: poche ore prima della cerimonia virtuale di firma, due donne chagossiane, Bernadette Dugasse e Bertrice Pompe, ottengono dall’Alta Corte di Londra un’ingiunzione temporanea che blocca l’operazione. Il giudice Martin Chamberlain revoca però il provvedimento nella stessa mattinata, ritenendo che l’interesse nazionale britannico sarebbe stato pregiudicato da un ulteriore rinvio, e l’allora Primo Ministro Keir Starmer procede alla firma.

Sul piano tecnico, l’accordo stabilisce che Mauritius è sovrana sull’intero arcipelago di Chagos, Diego Garcia inclusa, mentre il Regno Unito viene “autorizzato” da Mauritius a esercitare tutti i diritti necessari per il funzionamento sicuro ed efficace della base militare per 99 anni dall’entrata in vigore del trattato. È una costruzione giuridica particolare: la sovranità formale passa a Mauritius, ma il controllo operativo, ossia accesso, personale, comunicazioni, giurisdizione su chi lavora nella base, resta saldamente britannico e statunitense, senza alcuna possibilità per Mauritius di interferire con le attività militari.

Sul piano economico, le prime cifre riportate dalla stampa al momento della firma parlavano di un canone di circa 136 milioni di dollari all’anno che Londra verserà a Mauritius per l’uso della base. Il testo ufficiale del trattato è più articolato: prevede pagamenti di 165 milioni di sterline l’anno per i primi tre anni, poi 120 milioni di sterline annui per un decennio (indicizzati successivamente all’inflazione), oltre a un fondo fiduciario da 40 milioni di sterline per i chagossiani e una sovvenzione annuale di 45 milioni per 25 anni destinata allo sviluppo di Mauritius, per un costo complessivo stimato in 3,4 miliardi di sterline in 99 anni.

Resta però il nodo parlamentare: una cessione di territorio sovrano britannico a una potenza straniera non può essere ratificata dal solo esecutivo, ma richiede una legge del Parlamento — prassi costante dal 1890, l’ultimo precedente essendo la restituzione di Hong Kong alla Cina. Per questo, dopo la scadenza del periodo di controllo parlamentare previsto dal Constitutional Reform and Governance Act 2010 (21 giorni, terminati il 3 luglio 2025 senza mozioni approvate contro la ratifica), il governo ha dovuto comunque presentare il Diego Garcia Military Base and British Indian Ocean Territory Bill, tuttora all’esame di Westminster.

  • Il nodo americano

Al centro dello stallo attuale c’è un trattato molto più vecchio: l’accordo anglo-americano del 1966 su Diego Garcia, la cui primissima clausola stabilisce che “il territorio rimarrà sotto la sovranità del Regno Unito”. Per gli oppositori della cessione a Mauritius, ratificare l’accordo del 2025 significherebbe infrangere quella promessa fatta a Washington. Alcuni analisti, come Chatham House, ribattono che si tratti di una lettura fuori contesto: quel paragrafo mirava a rassicurare gli Stati Uniti sulla stabilità del controllo britannico nel breve periodo, non a blindare una sovranità eterna, tanto che lo stesso accordo prevede la possibilità di risoluzione unilaterale con un preavviso di due anni. Resta il fatto tecnico: l’accordo del ’66 aveva una durata iniziale di 50 anni, scaduta nel 2016, con proroga automatica di ulteriori 20 anni fino al 2036, e per modificarlo servirebbe uno scambio di note formali tra i due governi, che gli Stati Uniti finora si sono rifiutati di fornire.

Su questo nodo si è inserita la posizione oscillante di Donald Trump. L’amministrazione statunitense aveva inizialmente sostenuto l’accordo, infatti, a maggio 2025 il Segretario di Stato Marco Rubio aveva pubblicato una dichiarazione di appoggio esplicito. Ma a gennaio 2026 lo stesso Trump ha definito l’operazione “un atto di grande stupidità”, per poi scrivere sui social a febbraio: “Non regalate Diego Garcia!”, sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero voler usare la base in operazioni contro l’Iran. Poche settimane dopo ha rincarato la dose, accusando Starmer di commettere “un grosso errore”.

Il 25 febbraio 2026 il governo britannico ha di fatto sospeso il processo di ratifica in attesa di chiarimenti con Washington. Va segnalato che sulla natura esatta di questa sospensione le fonti sono discordanti: un portavoce governativo ha successivamente smentito l’uso della parola “pausa”, precisando che “non è mai stata fissata una scadenza” e che i tempi “saranno annunciati nei modi consueti”, pur confermando che il Regno Unito “non procederà senza il sostegno” statunitense — una distinzione che, nella sostanza, lascia il dossier in una fase di stallo comunque riconosciuta da entrambe le parti.

Il disegno di legge di attuazione resta quindi bloccato alla Camera dei Lord, tra obiezioni non ancora sciolte e nessuna data fissata per un dibattito conclusivo, a riprova di come un accordo tra due governi sovrani possa restare, un anno dopo la firma, ostaggio del consenso di un terzo attore che non lo ha mai sottoscritto.

  • I chagossiani, i grandi assenti

Nel 2004 il Regno Unito emanò due ordinanze — il British Indian Ocean Territory (Constitution) Order e l’Immigration Order — che dichiaravano che nessun chagossiano aveva diritto di residenza nell’arcipelago né poteva entrarvi senza autorizzazione. La misura fu contestata nei tribunali britannici dall’attivista Louis Olivier Bancoult: vinse in Alta Corte e in Corte d’Appello, ma nel 2008 la Camera dei Lord ribaltò la decisione, confermando il divieto.

Il 31 marzo 2026 arriva la svolta: la Corte Suprema del BIOT (equivalente dell’Alta Corte inglese) annulla quella legge del 2004, riconoscendo ai chagossiani il diritto di risiedere nell’arcipelago. Una sentenza che, di per sé, non nasce dal trattato UK-Mauritius, ma è un procedimento giudiziario distinto che ne condiziona pesantemente il dibattito politico in corso a Westminster.

Perché il trattato del 2025, da solo, non risolve la questione: prevede che sia Mauritius, non il Regno Unito, a poter eventualmente autorizzare un programma di reinsediamento sulle isole dell’arcipelago diverse da Diego Garcia, dove la base militare resta comunque esclusa da qualsiasi ipotesi di ritorno. Non si tratta di un obbligo automatico, ma di una possibilità rimessa alla volontà futura del governo mauriziano.

Su questo terreno si sono aperte anche fratture interne alla comunità chagossiana. Da un lato ci sono figure come Bancoult, a cui Mauritius ha promesso un ruolo di guida nella futura gestione delle isole in cambio di un percorso negoziale con Port Louis. Dall’altro, gruppi di chagossiani hanno scelto la via del fatto compiuto: nella primavera 2026 alcuni di loro sono sbarcati sulle isole rifiutandosi di andarsene, ottenendo dai tribunali il blocco degli ordini di allontanamento. Un risultato che, secondo alcune fonti, avrebbe fatto più per la causa in poche settimane di quanto la strada negoziale abbia ottenuto in un decennio. Le due strategie, cioè trattare con Mauritius o agire direttamente sul terreno, riflettono divisioni profonde su chi possa legittimamente parlare a nome della comunità, e su cosa significhi davvero “autodeterminazione” quando il proprio futuro si decide altrove.

  • Sovranità, basi militari e ordine internazionale

Il caso Chagos è un esempio di manuale della distinzione, cara al diritto internazionale, tra sovereignty ed effective control. Sulla carta Mauritius diventa sovrana sull’intero arcipelago; nella pratica, il Regno Unito mantiene per 99 anni ogni prerogativa che conta davvero: giurisdizione sul personale, controllo degli accessi, gestione delle comunicazioni, e persino un diritto di veto di fatto su qualunque sviluppo nelle isole entro 24 miglia nautiche da Diego Garcia. Il paradosso è tanto netto che lo stesso Explanatory Memorandum britannico ammette non esserci scenario in cui Mauritius potrebbe impedire a Londra o Washington il pieno controllo delle operazioni sulla base. La sovranità, in altre parole, viene “restituita” proprio nella misura in cui non intacca il controllo operativo.

Non è un caso isolato. Meccanismi simili di sovranità formale ceduta a fronte di basi militari mantenute compaiono in altri contesti post-coloniali: le Sovereign Base Areas britanniche di Akrotiri e Dhekelia a Cipro, ritagliate dal territorio cipriota all’indipendenza del 1960 proprio per preservare le basi RAF; o Guantánamo Bay, la cui presenza americana su suolo cubano resta contestata da Cuba da oltre un secolo. Le Chagos, tra questi, restano il caso più estremo: l’unico in cui l’intera popolazione locale fu rimossa per fare spazio alla base.

Sul piano delle reazioni internazionali, il sostegno più esplicito è arrivato dall’India, che ha salutato l’accordo come il culmine del processo di decolonizzazione di Mauritius nello spirito del diritto internazionale, richiamando la propria posizione di lunga data su sovranità e integrità territoriale delle nazioni, e ribadendo l’impegno a rafforzare insieme a Mauritius la sicurezza marittima nella regione dell’Oceano Indiano. Un plauso che non è solo diplomatico: riflette i legami di lunga data tra i due Paesi nel Commonwealth, oltre a interessi economici concreti. Infatti, Mauritius aveva legato parte delle proprie aspettative post-accordo anche ad accordi con l’India sull’accesso a risorse minerarie. Il Giappone e l’Unione Africana hanno espresso posizioni simili, mentre le Nazioni Unite, pur non opponendosi al trattato in sé, hanno criticato la mancata garanzia del diritto al ritorno dei chagossiani su Diego Garcia.

  • Conclusioni

Un anno dopo la firma, l’accordo tra Londra e Port Louis resta sospeso a un consenso che non dipende da nessuna delle due parti che lo hanno negoziato. Che gli Stati Uniti diano infine il proprio via libera, o che il disegno di legge cada per decorrenza dei termini parlamentari, è oggi impossibile prevedere con certezza.

Resta però una domanda che va oltre il destino delle isole Chagos: il modello sperimentato qui — sovranità formalmente ceduta, controllo operativo della base blindato per un secolo attraverso un’architettura giuridica parallela — diventerà un riferimento per altre dispute territoriali post-coloniali dove una potenza occidentale mantiene basi strategiche? O resterà un caso isolato, nato dalla combinazione irripetibile di un parere ICJ, una risoluzione ONU schiacciante e un’infrastruttura militare troppo preziosa per essere abbandonata?

La risposta dipenderà in parte da quanto a lungo Chagos resterà un’eccezione, e quanto invece altri governi inizieranno a guardarci come a un precedente da invocare.

L’autore

Giacobbe Montella

Laureato a pieni voti in Lingue e in Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, arricchendo il mio percorso con un’esperienza Erasmus in Cina. Parlo quattro lingue: italiano, inglese, francese e cinese.

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