- La violenza politica in Europa tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX
La storia del diritto penale è costellata di momenti in cui l’ordinamento giuridico è stato chiamato a confrontarsi con fenomeni di violenza politica capaci di mettere in discussione non soltanto la sicurezza pubblica, ma la stessa stabilità delle istituzioni. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, tale ruolo fu assunto dal movimento anarchico rivoluzionario, la cui componente più radicale individuò nella cosiddetta propaganda del fatto uno strumento di lotta politica. Gli attentati compiuti da Sante Caserio contro il Presidente della Repubblica francese Marie François Sadi Carnot nel 1894 e da Gaetano Bresci contro il Re d’Italia Umberto I nel 1900 costituiscono due episodi paradigmatici di questa stagione. Essi non rappresentano soltanto eventi di straordinaria rilevanza storica, ma segnano una tappa fondamentale nell’evoluzione del diritto penale europeo, inducendo gli Stati ad ampliare gli strumenti repressivi e preventivi destinati al contrasto della violenza politica. L’analisi delle loro vicende consente di ricostruire la progressiva trasformazione dello Stato liberale, chiamato a bilanciare due esigenze solo apparentemente inconciliabili: la tutela dell’ordine pubblico e la salvaguardia delle libertà fondamentali.
- L’anarchismo italiano tra ideologia e responsabilità penale: il codice Zanardelli e i delitti contro la corona
L’anarchismo italiano nacque nella seconda metà dell’Ottocento sotto l’influenza del pensiero di Michail Bakunin e trovò espressione nelle opere e nell’attività politica di figure quali Errico Malatesta, Ernesto Pietro Gori e Carlo Cafiero. Sotto il profilo giuridico è opportuno distinguere il movimento anarchico, quale corrente politico-filosofica, dalle condotte penalmente rilevanti poste in essere dai singoli militanti. L’adesione ad un’ideologia, infatti, non coincide con la commissione di un reato e non può, di per sé, costituire oggetto di sanzione penale.
Una parte minoritaria del movimento aderì tuttavia alla teoria della propaganda del fatto, secondo cui l’eliminazione di esponenti delle istituzioni avrebbe rappresentato un atto simbolico capace di innescare un processo rivoluzionario. Proprio tale fenomeno pose agli ordinamenti europei una questione destinata a rimanere attuale: fino a che punto è legittimo anticipare la tutela penale per prevenire la violenza politica senza comprimere eccessivamente le libertà individuali?
All’epoca dell’attentato di Bresci era vigente il Codice penale Zanardelli del 1889, una delle più importanti espressioni dello Stato liberale italiano. Il Codice, dopo lunghe discussioni politiche e giuridiche, abolì la pena di morte per i delitti comuni, consacrando una concezione della pena ispirata ai principi di umanità e di proporzionalità. Tuttavia, tale impostazione conviveva con una tutela particolarmente rigorosa riservata alla persona del Sovrano e alle istituzioni monarchiche, le quali conservavano dei trattamenti privilegiati nei confronti dei sudditi.
I delitti contro il Re erano disciplinati in maniera autonoma rispetto al comune omicidio e riflettevano la particolare posizione costituzionale privilegiata del Monarca nello Statuto Albertino. L’offesa alla persona del Re assumeva infatti una dimensione ulteriore rispetto alla lesione del bene giuridico della vita, incidendo direttamente sulla continuità dello Stato e sulla stabilità dell’ordinamento. L’attentato contro il Sovrano rappresentava pertanto un delitto contro l’assetto costituzionale del Regno, oltre che contro la persona fisica del Monarca.
- Sante Caserio e le lois scélérates; Gaetano Bresci e il regicidio
Il 24 giugno 1894 il ventenne anarchico italiano Sante Caserio assassinò a Lione il Presidente della Repubblica francese Sadi Carnot. Il gesto maturò in un contesto segnato dall’approvazione delle cosiddette lois scélérates, tre leggi adottate tra il 1893 e il 1894 che in Francia ampliarono sensibilmente gli strumenti repressivi nei confronti del movimento anarchico. Le nuove disposizioni consentirono di perseguire non soltanto gli autori materiali degli attentati, ma anche le condotte di propaganda, di istigazione e di apologia, incidendo profondamente sulla libertà di stampa, di espressione e di associazione. Sotto il profilo della teoria generale del diritto penale, tali interventi rappresentano uno dei primi esempi di legislazione emergenziale costruita attorno all’anticipazione della soglia di tutela, privilegiando la prevenzione rispetto alla mera repressione del fatto già consumato. Il processo a Caserio, svolto in tempi rapidissimi, si concluse poi con la condanna alla pena di morte mediante ghigliottina, ancora prevista dall’ordinamento francese. Durante il processo, il giovane anarchico non negò la propria responsabilità, non chiese un atto di pietà al giudice, anzi si difese sostenendo:” Se i governi impiegano i fucili, le catene, le prigioni e la più infame oppressione contro noi anarchici, noi che dobbiamo fare?” La condanna venne eseguita il 16 agosto 1894 con Caserio che rifiutò l’estrema unzione e la confessione in quanto ateo, pronunciando prima di morire:” Forza compagni! Viva l’anarchia!”
L’uccisione di Umberto I avvenne il 29 luglio 1900 a Monza ad opera di Gaetano Bresci, anarchico emigrato negli Stati Uniti e attivo nei circoli anarchici italiani di Paterson, il quale decise di rientrare in Italia dopo la repressione dei moti milanesi del 1898 ordinata dal generale Bava Beccaris, in cui persero la vita 81 fra uomini, donne e bambini, perlopiù lavoratori e lavoratrici. La vergognosa attribuzione a quest’ultimo della Croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia da parte del Re fu percepita da molti ambienti radicali come una legittimazione della repressione. Processato dalla Corte d’Assise di Milano, Bresci fu riconosciuto pienamente imputabile e condannato all’ergastolo. Particolarmente interessante appare il trattamento giuridico della vicenda. Pur trattandosi dell’uccisione del Capo dello Stato, l’ordinamento liberale non ricorse a tribunali straordinari né a deroghe processuali, ma affidò il giudizio alla magistratura ordinaria, nel rispetto delle garanzie processuali previste dal Codice di procedura penale vigente. La successiva morte di Bresci nel carcere di Santo Stefano, ufficialmente qualificata come suicidio, continua ancora oggi ad alimentare un vivace dibattito storiografico.
- L’espulsione degli anarchici italiani da Lugano: prevenzione e ordine pubblico
Nel gennaio 1895 il Governo federale svizzero dispose l’espulsione di numerosi anarchici italiani residenti a Lugano. L’episodio costituisce un significativo precedente delle moderne misure amministrative di prevenzione. L’espulsione non venne infatti disposta quale conseguenza di una condanna penale, bensì quale provvedimento finalizzato alla tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza dello Stato. Tra gli espulsi figurava Ernesto Pietro Gori, autore del celebre canto Addio a Lugano bella, destinato a diventare uno dei principali simboli della memoria anarchica internazionale. Dal punto di vista giuridico, la vicenda dimostra come già alla fine dell’Ottocento gli Stati europei privilegiassero, accanto alla repressione penale, strumenti amministrativi fondati sulla valutazione della pericolosità sociale dei soggetti, agendo così in maniera preventiva.
- Dal Codice Zanardelli al Codice Rocco
Le vicende di Caserio e Bresci contribuirono ad alimentare un progressivo irrigidimento delle politiche di sicurezza. Se il Codice Zanardelli rimase ancorato ai principi del liberalismo giuridico, il successivo Codice Rocco del 1930 rafforzò significativamente la tutela penale della personalità dello Stato, ampliando le fattispecie incriminatrici relative ai delitti politici e attribuendo maggiore centralità alla prevenzione della minaccia eversiva. Il passaggio tra i due codici riflette il mutamento del rapporto tra individuo e Stato: mentre il primo privilegiava la tutela delle libertà individuali, il secondo accentuava la protezione dell’autorità statale, coerentemente con l’impostazione autoritaria del regime fascista.
- Dalle leggi eccezionali al moderno diritto penale dell’emergenza
L’esperienza storica della repressione dell’anarchismo rappresenta uno dei primi laboratori del moderno diritto penale della sicurezza. L’introduzione di legislazioni eccezionali, l’espansione dei poteri di polizia, il ricorso a misure preventive e la cooperazione internazionale tra gli Stati costituiscono elementi che, pur con profonde differenze, caratterizzano ancora oggi il contrasto ai fenomeni terroristici. La riflessione giuridica contemporanea, anche attraverso le elaborazioni teoriche sul cosiddetto “diritto penale del nemico“, invita tuttavia a interrogarsi sul rischio che la tutela della sicurezza possa tradursi in una progressiva compressione delle garanzie proprie dello Stato di diritto.
Le vicende di Gaetano Bresci, di Sante Caserio e degli anarchici espulsi da Lugano dimostrano come ogni stagione di emergenza ponga al giurista il medesimo interrogativo: fino a che punto uno Stato democratico può limitare le libertà fondamentali per difendere sé stesso? È una domanda che attraversa oltre un secolo di storia del diritto e che conserva, ancora oggi, una straordinaria attualità.
L’autore
Michele Regina
Michele Regina è laureando magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Si occupa di tematiche giuridiche e politico-istituzionali, con particolare interesse per il diritto costituzionale e il diritto penale. Ha approfondito i profili giuridici dell’intelligenza artificiale applicata al processo penale attraverso il corso “Artificial Intelligence in Criminal Trials” dell’Università degli Studi di Bari. Ha collaborato con la rivista online PoliTalk, è autore di un saggio storico-politico ed è vicepresidente di una Società Culturale, impegnata nella valorizzazione e divulgazione della storia e della cultura locale.
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