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SREBRENICA, 30 ANNI DOPO: IL GENOCIDIO DIMENTICATO TRA NEGAZIONISMO, IMPUNITÀ E FALLIMENTO DELL’ONU

Oggi, 11 luglio 2025, è il trentennale anniversario del genocidio di Srebrenica,...
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Oggi, 11 luglio 2025, è il trentennale anniversario del genocidio di Srebrenica, in cui, quel giorno, 8.372 (numero non definitivo, siccome mancano all’appello ancora più di mille persone) uomini musulmani bosniaci vennero uccisi dalle truppe serbo-bosniache guidate da Ratko Mladićin una zona definita “protetta” dalle Nazioni Unite, dove si erano radunati migliaia di profughi provenienti da altre zone di guerra. 

’uso del termine genocidio, come anche nella nostra attualità, rimane discusso, soprattutto perché rappresenta ancora oggi una fonte di controversie all’interno della Bosnia stessa, con l’entità autoproclamata della Republika Srpska, governata da Milorad Dodik, che non riconosce il genocidio – come del resto la stessa Serbia a guida del presidente Alexandar Vučić.

La Bosnia, dopo gli Accordi di Dayton, vive in un sistema in cui le “etnie” convivono con scuole e classi separate, rendendo difficile la costruzione di una memoria comune. Tutto ciò è aggravato dalla presenza di equilibri politici estremamente fragili, che rendono impossibile lo sviluppo e il progresso della Bosnia. Proprio ora, come ricordato pochi giorni fa, vale la pena ribadire che, secondo l’articolo 2 della Convenzione ONUsi intende per genocidio qualsiasi atto compiuto con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, religioso o razziale.

La premeditazione e l’intenzione rimangono il punto centrale nella definizione di genocidio, che non riguarda solo un numero elevato di vittimema la pianificazione e l’intento sistematico di distruggere un popolo. Lo scrittore croato Ivica Đikić, nel suo libro Metodo Srebrenica, descrive bene come il genocidio sia avvenuto in ogni suo dettaglio, raccontando del colonnello Ljubiša Beara, colui che era stato incaricato di organizzare l’uccisione di tutti i civili maschi adulti di religione musulmana e la sparizione dei loro cadaveri, su ordine diretto del generale Ratko Mladić

IL PROCESSO E I LIMITI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

Il processo portato avanti dal Tribunale Internazionale per l’ex Jugoslavia è stato lungo e complesso: Beara è morto a Berlino nel 2017, dopo essere stato giudicato colpevole di genocidio, uccisione e persecuzione.

Le sorti di Radovan Karadžić e Ratko Mladić sono state complesse: entrambi hanno vissuto anni in latitanza, in particolare Karadžić visse a Belgrado per anni, spacciandosi per esperto di medicina olistica, per poi essere catturati.
Mladić venne arrestato in Serbia nel 2011 e successivamente condannato in appello all’ergastolo con l’accusa di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra dal Meccanismo Residuale per i Tribunali Internazionali, l’organismo che ha preso il posto dell’ICTY.

Il presidente della Repubblica Serba di Bosnia, Radovan Karadžić, è stato condannato a 40 anni di prigione con le accuse di genocidio, crimini contro l’umanità e violazione del diritto bellico. Nonostante le condanne ricevute, le loro figure restano estremamente controverse, soprattutto nella Republika Srpska e in Serbia, dove non è raro imbattersi in murales che li celebrano. È il caso, ad esempio, del murale dedicato a Ratko Mladić a Belgrado, che ha suscitato numerose polemiche e atti di vandalismo. + Un’operazione di pulizia dei murales è avvenuta solo dopo la sparatoria avvenuta nella scuola di Belgrado del 3 maggio 2023, da parte di uno studente tredicenne che uccise 9 persone. Tutt’ora dopo 30 anni la giustizia sembra non aver concluso il suo corso, Non solo per la difficoltà di costruire una memoria comune, ma anche per la libertà di cui godono ancora moltissimi ex criminali, creando città in cui la vittima si ritrova a convivere con il proprio carnefice. Moltissime figure che hanno ricoperto ruoli di grande importanza e contribuito alla guerra nei Balcani, non solo con le armi ma anche attraverso la propaganda, si sono ritrovate ad avere posizioni di potere, come lo stesso Aleksandar Vučić, attuale presidente della Serbia, che fu ministro dell’informazione sotto Slobodan Milošević. 

L’ONU E LA MORTE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

A Srebrenica, quel giorno, c’erano solo 550 caschi blu olandesi. Il comandante di allora, Thomas Karremans, chiese un supporto aereo, ma la richiesta fu ignorata, segnando il declino dell’ONU e la sua incapacità di difendere Srebrenica. L’11 luglio 1995, moltissimi civili bosniaci musulmani scelsero di intraprendere una lunghissima marcia verso Tuzla, mentre circa 20.000 persone – tra cui donne, bambini e anziani – decisero di cercare rifugio nella base olandese di Potočari, che riuscì ad accoglierne solo 5.000, chiudendo poi i cancelli.

Il ruolo ricoperto dal Dutchbat rimane altamente controverso, ed è forse una delle pagine più tragiche e discusse della storia del peacekeeping internazionale. Le truppe del generale Ratko Mladić riuscirono a separare brutalmente uomini da donne e bambini sotto lo sguardo inerte dei soldati del battaglione olandese, i quali non intervennero per fermare la deportazione degli uomini, poi in gran parte uccisi seguendo il piano di pulizia etnica ben studiato. Nonostante la gravità dei fatti che porteranno al genocidio di Srebrenica la responsabilità del governo olandese sarà riconosciuta solo in parte, suscitando rabbia e frustrazione tra i familiari delle vittime e tra le associazioni come le “Madri di Srebrenica”, che da anni lottano per ottenere giustizia. 

L’associazione, che rappresenta oltre 6.000 familiari delle vittime del genocidio, ha intentato diverse azioni legali, tra cui un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo contro i Paesi Bassi. In particolare, è stata intentata un’azione civile da parte dei familiari di tre vittime, tra cui Rizo Mustafic, un elettricista che lavorava con le truppe olandesi, sostenendo che il battaglione avesse consentito il loro allontanamento dalla ‘zona protetta’, pur sapendo che ciò avrebbe potuto esporli al rischio di morte. Solo nel 2019, la Corte Suprema olandese ha infine riconosciuto una responsabilità parziale dello Stato per la morte di circa 350 uomini, stabilendo che i peacekeeper avevano agito illecitamente impedendo loro di restare nel compound. Tuttavia, la percentuale di responsabilità è stata limitata al 10%, riducendo di conseguenza anche l’entità dei risarcimenti riconosciuti ai familiari. Nonostante la controversia attorno al ruolo delle truppe olandesi anni dopo verranno risarciti dal governo olandese per i traumi subiti dall’operazione e dalle pesanti critiche ricevute.

Autori

  • Mila Grujović
  • Simona Toci

    È una studentessa magistrale in Relazioni Internazionali con una solida formazione accademica in scienze politiche, storia e letteratura. I suoi principali interessi comprendono l’allargamento dell’UE, l’integrazione europea, i Balcani occidentali e lo spazio post-sovietico. È particolarmente appassionata di politica estera, democrazia e del ruolo delle potenze esterne nel plasmare le dinamiche regionali.
    Attraverso ricerca, scrittura ed esperienze sul campo in diplomazia e comunicazione, mira a contribuire a una migliore comprensione delle sfide geopolitiche dell’Europa e del suo futuro come attore globale.

Simona Toci
È una studentessa magistrale in Relazioni Internazionali con una solida formazione accademica in scienze politiche, storia e letteratura. I suoi principali interessi comprendono l’allargamento dell’UE, l’integrazione europea, i Balcani occidentali e lo spazio post-sovietico. È particolarmente appassionata di politica estera, democrazia e del ruolo delle potenze esterne nel plasmare le dinamiche regionali. Attraverso ricerca, scrittura ed esperienze sul campo in diplomazia e comunicazione, mira a contribuire a una migliore comprensione delle sfide geopolitiche dell’Europa e del suo futuro come attore globale.