Oltre la Toga

IL MAXIPROCESSO DI PALERMO: LA RISPOSTA DELLA GIUSTIZIA ITALIANA A COSA NOSTRA 

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ABSTRACT: Nel presente articolo ripercorreremo il processo penale celebrato a Palermo per i reati compiuti da Cosa Nostra, tra cui omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione, ed associazione mafiosa. Il maxiprocesso deve la sua evoluzione dalla molteplicità degli imputati indagati e dalla relative condanne inflitte: in primo grado gli imputati erano 475, circa 200 avvocati e le condanne in primo grado furono 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione. Le suddette condanne vennero poi confermate dalla Corte di Cassazione. 

Il magistrato requirente, il Dott. Domenico Signorino, nella requisitoria disse: “Questo è un processo come tutti gli altri, per quanto smisurato. Ciò che vi chiedo non è la condanna della mafia, già scritta nella storia e nella coscienza dei cittadini, ma la condanna dei mafiosi che sono raggiunti da certi elementi di responsabilità”, indicando l’importanza della repressione dell’azione criminale mossa dalla mafia e dalla sua infiltrazione dinamica. 

SOMMARIO: 1. INTRODUZIONE – 2. LA NASCITA DEL POOL ANTIMAFIA – 3. LA FASE ISTRUTTORIA DEL MAXIPROCESSO – 4. LO SVOLGIMENTO DEL PROCESSO DI PRIMO GRADO – 5. L’“ASTRONAVE VERDE”: IL TEATRO DELLA SFIDA TECNOLOGICA E UMANA – 6. IL DUELLO DEI “DUE MONDI”: L’EPOPEA DI TOMMASO BUSCETTA – 7. OSTRUZIONISMO E SANGUE INNOCENTE – 8. IL VERDETTO DI PRIMO GRADO: 2665 ANNI DI CARCERE – 9. L’APPELLO E IL RIDIMENSIONAMENTO DEL TEOREMA – 10. LA CASSAZIONE E L’OMBRA DELL’“AMMAZZASENTENZE” – 11. 30 GENNAIO 1992: LA FINE DEL MITO DELL’IMPUNITÀ

1. INTRODUZIONE 

All’inizio degli anni Ottanta in Sicilia, la fazione dei Corleonesi, a capo di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, e quella palermitana con Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Gaetano Badalamenti, in aggiunta a Tommaso Buscetta, avevano assunto il controllo sulle piazze, che portò tra il 1981 e il 1984 a circa 600 omicidi. 
La forza e la violenza dell’azione criminale hanno portato numerosi uomini delle istituzioni italiane a combattere e arginare il fenomeno mafioso: tra questi il prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, il giudice istruttore Cesare Terranova, il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il procuratore Gaetano Costa e molti altri uomini dediti a combattere la mafia in tutte le sue ramificazioni. 

2. LA NASCITA DEL POOL ANTIMAFIA 

Per cercare di arginare tale fenomeno, il consigliere istruttore Rocco Chinnici, magistrato vittima di Cosa Nostra, fu il primo a pensare che presso e all’interno dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo potesse essere istituita una squadra di giudici istruttori. Ci fu così la creazione del pool antimafia, cioè un gruppo di magistrati in servizio presso un ufficio giudiziario che si occupa collegialmente di un’indagine. Nel luglio del 1982, ci fu un passaggio deciso nelle indagini contro l’organizzazione criminale di Cosa Nostra, rappresentato dal lavoro investigativo condotto dal commissario Ninni Cassarà e dai Carabinieri Tito Baldo Honorati e Angiolo Pellegrini. Da tali attività nacque il cosiddetto “Rapporto dei 162”, considerato la prima grande inchiesta sulla fazione dei Corleonesi e, in generale, sulle dinamiche interne della guerra di mafia in corso al tempo della dinamiche emerse. 
Tale documento costituì uno dei primi nuclei investigativi che avrebbero alimentato l’impianto accusatorio del maxiprocesso. Il rapporto venne trasmesso al Procuratore capo Vincenzo Pajno, il quale affidò tale documentazione ai sostituiti procuratori Vincenzo Geraci e Alberto Di Pisa, e successivamente all’Ufficio istruzione, dove il giudice Rocco Chinnici lo assegnò al magistrato Giovanni Falcone. 
Falcone iniziò a lavorare in stretta collaborazione con altri magistrati della Procura, tra cui Agata Consoli, Domenico Signorino e Giuseppe Ayala, impegnati in delicate e importanti indagini di carattere similare, come quelle relative all’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e alla strage della circonvallazione. Tali procedimenti risultavano intrecciati con l’inchiesta dei “162”, anche grazie a una perizia balistica del Professor. Marco Morin, consulente della Procura di Venezia, che aveva evidenziato l’impiego della stessa arma, si parla di un mitragliatore Kalashnikov, in più delitti commessi, suggerendo quindi l’esistenza di esecutori comuni. 
Nel corso delle indagini, ci furono ulteriori punti di contatto che emersero con le indagini condotte da un altro giudice istruttore dello stesso ufficio, Paolo Borsellino, che si occupava dell’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, ucciso nel 1980 per aver investigato sui legami tra i mafiosi di Corleone e quelli operanti in diverse zone della città di Palermo. Alla luce delle indagini condotte, si verificò un momento di svolta nel 1983, quando Cosa nostra assassinò il giudice Rocco Chinnici. A sostituirlo fu Antonio Caponnetto, il quale scelse di proseguire e rafforzare l’impostazione organizzativa, già ormai impostata e definita in precedenza.  Dopo aver raccolto le informazioni inerenti alle modalità di lavoro delle altre Procure, Caponnetto istituì presso l’Ufficio istruzione un vero e proprio pool antimafia. L’obiettivo era quello di creare un gruppo stabile di giudici specializzati esclusivamente nei reati di stampo mafioso, al fine di ottenere una visione totalizzante del fenomeno e contrastarlo in modo efficace. Il magistrato Antonio Caponnetto selezionò magistrati di comprovata competenza e fiducia: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe di Lello; quest’ultimi cercarono di operare con professionalità ed efficacia con il supporto di altri Sostituti procuratori, tra cui Giuseppe Ayala, Domenico Signorino, Vincenzo Geraci, Alberto Di Pisa e Giusto Sciacchitano, incaricati di sostenere in giudizio, come Pubblici Ministeri, i risultati delle indagini emerse dal pool antimafia e di condurre l’azione penale fino alla richiesta di condanna degli esecutori responsabili. 

3. LA FASE ISTRUTTORIA DEL MAXIPROCESSO 

Uno degli elementi decisivi nella fase istruttoria che portò al maxiprocesso fu rappresentato dall’arresto di Tommaso Buscetta. Latitante da anni, egli venne catturato in Brasile nel 1983 e, davanti alla prospettiva dell’estradizione, tentò il suicidio. Nel 1984 Giovanni Falcone si recò personalmente in Sud America per sottoporlo a un interrogatorio, cercando di procedere a ottenere una collaborazione con lo stesso. Venne trasferito in Italia il 15 luglio 1984, Buscetta iniziò a rendere dichiarazioni fondamentali per la ricostruzione giudiziaria di Cosa Nostra. 
La scelta di collaborare da parte di Buscetta non fu un vero e proprio “pentimento” morale: egli affermò di voler fornire un contributo alla Giustizia in un momento in cui l’organizzazione, sotto la guida dei Corleonesi, aveva ormai stravolto ogni presunto dialogo interno caratterizzato da un “codice” interno comportamentale, ricorrendo a una violenza generalizzata, culminata anche nell’uccisione di numerosi suoi familiari. Le rilevazioni di Buscetta ebbero un’importanza cruciale soprattutto sul piano strutturale. Egli descrisse per la prima volta l’assetto piramidale dell’organizzazione mafiosa, fondata sulle “famiglie”, sui mandamenti e sulla Commissione provinciale, individuata come organo decisionale centrale, in particolare per l’autorizzazione degli omicidi di maggiore rilievo. Giovanni Falcone dispose migliaia di verifiche investigative per riscontrare puntualmente tali dichiarazioni, trasformandole in un impianto probatorio solido.  Dal lavoro svolto brillantemente da Falcone nasce il cosiddetto blitz di San Michele: nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1984 vennero emessi centinaia di ordini di custodia cautelare. L’operazione portò all’arresto di centinaia di affiliati e segnò un salto di qualità nell’azione giudiziaria contro Cosa Nostra. Le indagini furono ulteriormente rafforzate dalle dichiarazioni di Salvatore Contorno, anch’egli sopravvissuto alla guerra di mafia e colpito da importanti ritorsioni. Le sue disposizioni confermarono quelle di Buscetta e condussero a nuovi arresti nelle diverse zone italiane. 
La mafia rispose in modo feroce: tra la fine del 1984 e i mesi successivi si moltiplicarono omicidi e stragi, diretti sia contro esponenti ritenuti vicini alla collaborazione sia contro familiari e soggetti collegati ai testimoni. Questa strategia di intimidazione mafiosa portò anche all’esecuzione di altri attentanti di vasta portata, come la strage denominata “Rapido 904”, vista per distogliere l’attenzione dalle indagini condotte dal pool antimafia. 
La presenza elevata di imputati e la portata senza precedenti del procedimento portarono al rinvio a giudizio e alla necessità di predisporre un luogo idoneo a dare avvio al processo. Per questo venne costruita, accanto al carcere dell’Ucciardone, la celebre aula bunker: una struttura concepita con elevatissimi standard di sicurezza e dotata di strumenti tecnologici innovativi per la gestione di una mole imponente di atti processuali. 
La fase istruttoria si rilevò il momento centrale in cui, grazie al lavoro svolto dal pool di magistrati e al contributo dei collaboratori di giustizia, fu possibile trasformare una pluralità di delitti e indagini frammentarie in un procedimento unitario contro i vertici di Cosa Nostra, ponendo le basi del maxiprocesso. 

In questa fase è importante rimandare l’attenzione alla struttura interna di Cosa Nostra, così organizzata: “Riguardo all’organizzazione di Cosa nostra, Buscetta rivelò che essa era rigidamente piramidale. Alla base stava la cosiddetta famiglia (coincidente con una borgata nella città di Palermo o con un paese nella Provincia di Palermo); tre o più famiglie contigue formavano un mandamento. I capi-mandamento della provincia di Palermo, riuniti in assemblea, formavano la cosiddetta Commissione provinciale. Nessun omicidio di rilievo in provincia poteva essere commesso da un mafioso senza l’assenso della Commissione. Al di sopra della Commissione provinciale c’era infine la Commissione interprovinciale, che raggruppava i rappresentanti mafiosi di tutte le province siciliane”

4. LO SVOLGIMENTO DEL PROCESSO DI PRIMO GRADO 

Il maxiprocesso iniziò nel febbraio del 1986 e rappresentò un evento unico nella storia della giustizia italiana, sia per il numero eccezionale di imputati sia per la varietà delle imputazioni contestati, che comprendevano omicidi, traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni e delitto di associazione mafiosa (art. 416 bis c.p.). 
Il dibattito, celebrato con la massima sicurezza, si svolse in modo complessivamente ordinato sotto la presidenza del giudice Alfonso Giordano. 
Un momento importante fu costituito dalle deposizioni dei principali collaboratori giustizia, in particolare Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, le cui dichiarazioni rafforzarono maggiormente l’impianto accusatorio già impostato durante la fase dell’’istruttoria. Dopo mesi di udienze, requisitorie e difesa, la Corte d’Assise si ritirò in Camera di Consiglio nel novembre 1987 e, il 16 dicembre, venne pronunciata la sentenza di condanna di primo grado: numerosi ergastoli, se ne contano circa 19, con un elevato numero di condanne, le quali segnarono un vero colpo a Cosa Nostra e al suo modus operandi

5. L’“ASTRONAVE VERDE”: IL TEATRO DELLA SFIDA TECNOLOGICA E UMANA

Il 10 febbraio 1986 non segnò soltanto l’inizio di un processo, ma la nascita di un simbolo della giustizia italiana: l’aula bunker dell’Ucciardone. Costruita in soli sei mesi da circa 120 operai impegnati senza sosta dalle 6 alle 22, domeniche comprese, la struttura rappresentò una risposta a una sfida logistica senza precedenti. Costata circa 36 miliardi di lire, aveva una forma ottagonale ed era dotata di sistemi di protezione capaci di resistere persino ad attacchi missilistici o aerei.
Il colore verde predominante le valse il soprannome di “Astronave Verde”. La disposizione interna rifletteva simbolicamente il confronto tra potere criminale e potere dello Stato: trenta gabbie blindate circondavano l’area centrale, ciascuna in grado di contenere circa venti imputati. Di fronte, sedeva la Corte d’Assise sotto un crocifisso di fabbricazione spagnola, mentre file di tavoli ospitavano circa duecento avvocati difensori.
Per la prima volta nella storia giudiziaria italiana venne utilizzato un sistema informatico per l’archiviazione degli atti, indispensabile per gestire le oltre 8.000 pagine dell’ordinanza-sentenza “Abbate Giovanni + 706”. In quell’aula si concentrarono 475 imputati (poi ridotti a 460), seicento giornalisti provenienti da tutto il mondo e un apparato di sicurezza che trasformò l’Ucciardone in una vera fortezza.

6. IL DUELLO DEI “DUE MONDI”: L’EPOPEA DI TOMMASO BUSCETTA

Il dibattimento, aperto ufficialmente il 14 febbraio 1986, trovò il suo cuore nella testimonianza dei collaboratori di giustizia, una figura allora quasi sconosciuta al sistema italiano. Il protagonista assoluto fu Tommaso Buscetta, il “boss dei due mondi”, la cui collaborazione iniziò nel luglio 1984 dopo un drammatico tentativo di suicidio in Brasile.
Buscetta non si definiva un “pentito” in senso morale, ma un mafioso che non riconosceva più un’organizzazione ormai controllata dai Corleonesi, responsabili dello sterminio di undici suoi familiari, tra cui due figli innocenti. Il 3 aprile 1986 la sua deposizione squarciò definitivamente il velo di omertà: descrisse la struttura piramidale di Cosa Nostra, fondata sulle famiglie, sui mandamenti e sulla Commissione provinciale, la Cupola.
Il momento di massima tensione si ebbe il 10 aprile nel confronto con Pippo Calò, il “cassiere” della mafia, che Buscetta dominò con tale lucidità da spingere altri boss a rinunciare ai confronti diretti. L’11 aprile entrò in scena Salvatore Contorno, unico superstite di una strage che aveva sterminato trentacinque tra parenti e amici. La sua testimonianza, resa in un dialetto palermitano così stretto da richiedere un perito linguistico, confermò l’impianto accusatorio e trasformò il processo in un racconto collettivo dei segreti più oscuri dei clan.

7. OSTRUZIONISMO E SANGUE INNOCENTE

Il processo fu continuamente minacciato da tentativi di paralisi e da gesti plateali di ribellione. Alcuni imputati inscenarono episodi di autolesionismo: Salvatore Ercolano si cucì le labbra con una spillatrice, Vincenzo Sinagra ingerì dei chiodi e venne condotto in aula in camicia di forza.
Il pericolo più grave giunse però dagli avvocati difensori, che chiesero la lettura integrale degli atti, una manovra che avrebbe richiesto circa due anni e portato alla scarcerazione di molti imputati per decorrenza dei termini. Per evitare il collasso del processo, il Parlamento intervenne con urgenza approvando la legge Mancino-Violante (n. 29/1987).
Il momento più tragico fu l’omicidio dell’undicenne Claudio Domino, il 7 ottobre 1986. In aula, Giovanni Bontate lesse un comunicato di condanna del delitto a nome di “tutti gli imputati”. Quel tentativo di ripulire l’immagine della mafia si trasformò in un errore fatale: usando il termine “noi”, ammise implicitamente l’esistenza di un’organizzazione unitaria, confermando proprio ciò che Falcone stava dimostrando.

8. IL VERDETTO DI PRIMO GRADO: 2665 ANNI DI CARCERE

Dopo 349 udienze e 635 arringhe difensive, l’11 novembre 1987 la Corte d’Assise si ritirò in camera di consiglio. Prima di uscire, Michele Greco, detto “il Papa”, rivolse al presidente Giordano un augurio inquietante: “Le auguro la pace”.
Per trentacinque giorni i giudici vissero isolati dal mondo, studiando una mole enorme di interrogatori e documenti. Il 16 dicembre 1987 Giordano, con una lunga barba simbolo della clausura, impiegò un’ora e mezza per leggere il dispositivo della sentenza: 346 condannati, 114 assolti e 19 ergastoli ai vertici della Cupola, tra cui Riina e Provenzano. Le pene complessive ammontavano a 2665 anni di reclusione.
Quella stessa sera la mafia rispose uccidendo Antonino Ciulla, uno degli assolti, dimostrando che la propria “giustizia” non si fermava davanti a quella dello Stato.

9. L’APPELLO E IL RIDIMENSIONAMENTO DEL TEOREMA

Il processo d’appello si aprì il 22 febbraio 1989 sotto la presidenza di Vincenzo Palmegiano. Nonostante nuove collaborazioni, la sentenza del 10 dicembre 1990 ridimensionò l’impianto accusatorio: gli ergastoli scesero da 19 a 12, le pene complessive a 1576 anni e si registrarono 86 nuove assoluzioni.
I giudici riconobbero il “teorema Buscetta” solo per gli omicidi interni alla guerra di mafia, ma assolsero la Cupola per i delitti eccellenti, sostenendo che potessero essere opera di singole cosche. Questa visione frammentaria sembrò minare il lavoro di Falcone e rilanciare l’idea di una mafia meno strutturata.

10. LA CASSAZIONE E L’OMBRA DELL’“AMMAZZASENTENZE”

Il destino del Maxiprocesso passò alla Cassazione, dove si temeva l’annullamento. Il rischio maggiore era l’assegnazione alla sezione presieduta da Corrado Carnevale, soprannominato “l’ammazzasentenze”. Falcone, ormai al Ministero della Giustizia, promosse un monitoraggio rigoroso delle sezioni. Grazie alla rotazione voluta dal primo presidente della Cassazione, il processo venne affidato alla sesta sezione presieduta da Arnaldo Valente, evitando che cavilli tecnici cancellassero anni di lavoro.

11. 30 GENNAIO 1992: LA FINE DEL MITO DELL’IMPUNITÀ

Il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò quasi integralmente le condanne di primo grado e annullò le assoluzioni sugli omicidi eccellenti, aprendo a nuovi giudizi che portarono ad altri ergastoli. Soprattutto sancì il principio dell’unitarietà di Cosa Nostra e della responsabilità della Cupola. Era la fine del mito dell’invincibilità mafiosa. Come diceva Falcone, la mafia era un fatto umano e come tale destinato a finire.
La risposta di Cosa Nostra fu immediata e sanguinosa: l’uccisione di Salvo Lima, seguita dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Ma la verità processuale era ormai acquisita. Il Maxiprocesso rimane lo spartiacque definitivo nella lotta contro la mafia: una vittoria giudiziaria pagata con il sangue, che ha cambiato per sempre la storia italiana.

Il contenuto dell’articolo è stato elaborato attraverso la consultazione di fonti documentali e ricostruzioni storiche autorevoli. Data la natura divulgativa del contributo e la dispersione dei riferimenti, non si è ritenuto necessario riportare un elenco bibliografico analitico completo.

Un ringraziamento importante va a Nicholas Ninno di Memorie di Mafia per aver coadiuvato e redatto parte dell’articolo sotteso. 

Autore

  • Letizia Tinti Previtali

    Studentessa di Giurisprudenza presso l’Università di Trento, nutre una profonda passione per il diritto e la giustizia, con particolare interesse per il diritto penale e il contrasto alla criminalità organizzata. Aspira a diventare magistrato, mossa dai valori di legalità, giustizia, equità e verità.