L'Intervista

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NEL PARLAMENTO ITALIANO: INTERVISTA AL SENATORE MARCO LOMBARDO

Il Senatore Marco Lombardo illustra come l’AI può supportare qualità normativa, efficienza e trasparenza: dalla ricerca legislativa alla governance dei modelli, fino ai rischi/benefici per PA e democrazia.
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Oggi è nostro ospite il Senatore Marco Lombardo. È stato eletto al Senato della Repubblica il 25 settembre 2022 nella circoscrizione della Lombardia, risultando proclamato il 13 ottobre 2022. Docente universitario di formazione, ha conseguito tra l’altro la laurea in Giurisprudenza e un dottorato di ricerca in diritto dell’Unione Europea. Politicamente impegnato nel partito Azione (gruppo Misto Azione–Renew Europe), è segretario della 4ª Commissione permanente “Politiche dell’Unione europea” e membro di altre commissioni parlamentari chiave. Il suo impegno politico si caratterizza per una forte attenzione alle radici territoriali (in particolare la Locride e il Sud Italia), all’Europa e all’innovazione. Oggi in particolare andremo a parlare di innovazione digitale e implementazione dell’intelligenza artificiale nei procedimenti parlamentari.

1) Qual è, secondo lei, il livello attuale di digitalizzazione dei processi interni al Parlamento? E in quali ambiti, a suo avviso, si concentrano le maggiori criticità o resistenze, magari anche da parte di alcune fazioni politiche?

Come tu sai, le procedure parlamentari sono abbastanza legate a formalismi e rituali che le rendono poco propense alla transizione digitale, in particolare per quanto riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa. Quando, due anni e mezzo fa, sono intervenuto in Parlamento pronunciando il primo intervento di un parlamentare – poi ho scoperto non solo italiano, ma anche europeo – sull’intelligenza artificiale, era evidente che per molti miei colleghi non ci fosse piena consapevolezza di ciò che stessi facendo. Avevo infatti scelto di trattare un tema non tecnologico, ma prettamente giuridico, ossia gli accordi transfrontalieri italo-svizzeri, proprio per far comprendere che l’intelligenza artificiale può essere utilizzata non solo nei campi della tecnologia, della cybersecurity o dell’ICT, ma in tutti gli ambiti della legislazione. Sicuramente sono stato il primo, ma non l’ultimo: sono convinto che molti miei colleghi oggi utilizzino l’intelligenza artificiale, principalmente ChatGPT.

2) Non esiste ancora un modo strutturale per integrare l’intelligenza artificiale nel processo legislativo?

Ci sono alcuni esperimenti. Per esempio, alla Camera è stato avviato un progetto per utilizzare l’intelligenza artificiale anche nel processo legislativo, con l’obiettivo di migliorare la qualità della legislazione e semplificarne le procedure. La politica, però, non ha ancora pienamente accolto la sfida dell’intelligenza artificiale. Il tema non è solo disciplinare o regolamentare: è un tema di governance. Occorre dare una direzione allo sviluppo tecnologico, di cui anche la politica può essere parte trasformata. Il politico deve diventare un decisore politico consapevole, capace di lavorare ed elaborare dati.

3) Lei è noto, anche nel dibattito pubblico, per essere stato il primo senatore – non solo italiano ma anche europeo – ad aver pronunciato in Aula un discorso interamente elaborato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Ritiene utile la creazione, all’interno del Parlamento, di un’unità di governance che supervisioni lo sviluppo di questa tecnologia e certifichi i modelli utilizzati?

Sì. Quel discorso era stato validato da una società privata che già allora operava nel campo dell’intelligenza artificiale, proprio perché il decisore politico deve anche farsi aiutare dagli esperti, soprattutto provenienti dal settore privato. Deve avere consapevolezza di come l’intelligenza artificiale possa essere utilizzata in modo utile all’attività legislativa. È uno strumento: come tutti gli strumenti, non è utile o dannoso in sé, ma lo diventa in base all’uso che se ne fa. Questo porta anche a studiare e a lavorare sulla consapevolezza degli strumenti applicati, per esempio, al processo legislativo e decisionale, nell’elaborazione di proposte di legge o nelle sessioni di bilancio. Ormai l’intelligenza artificiale è uno strumento indispensabile in molte professioni. Non vedo perché non debba essere utilizzata in modo appropriato anche nella politica o nel sistema bancario. In Parlamento abbiamo costituito un intergruppo sull’intelligenza artificiale, composto da esponenti di diversi partiti politici, che serve proprio a orientare il dibattito pubblico in Italia. A mio avviso, il dibattito oggi è troppo sbilanciato sui rischi e poco sulle opportunità, cioè su come questa tecnologia possa abilitare l’intelligenza umana a migliorare la produttività, risparmiare tempo e favorire il progresso. Se non ristabiliamo un rapporto di fiducia con il progresso, e continuiamo a parlare di intelligenza artificiale solo in termini di rischi, paure o perdita di posti di lavoro, finiremo per non giocare neppure questa sfida.

4) Dopo la riforma che ha ridotto il numero dei parlamentari, crede che l’implementazione di strumenti digitali all’interno del Parlamento possa rischiare di comprimere ulteriormente il dibattito parlamentare, oppure al contrario favorirne l’efficienza e la partecipazione?

Come dicevo prima, non è lo strumento in sé a fare la differenza, ma il modo in cui lo si utilizza. La riduzione del numero dei parlamentari, tra l’altro, non ha ridotto i costi e ha peggiorato la qualità del processo legislativo. Pensa che Camera e Senato svolgono sostanzialmente le stesse funzioni: in un bicameralismo paritario imperfetto, oggi 200 senatori devono partecipare a tutti i lavori delle commissioni e dell’Aula, come i 400 deputati nell’altro ramo del Parlamento. Se si vuole partecipare in maniera attiva al processo legislativo – intervenendo in sede di emendamenti, discussioni, elaborazione di dossier – l’intelligenza artificiale può essere uno strumento abilitante. Non perché fornisca risposte che tu non hai, ma perché, se usata consapevolmente e con i prompt corretti, può supportare la ricerca e l’attività legislativa e decisionale, ottimizzando i tempi e migliorando la preparazione del lavoro. Non si può chiedere all’intelligenza artificiale di sostituire il decisore politico: sarebbe sbagliato. La responsabilità finale spetta sempre al politico, che deve imparare a usare l’AI con consapevolezza, per migliorare la produttività e la qualità del processo legislativo.

5) In Albania, con il governo di Edi Rama, è stato recentemente introdotto un “ministro digitale”, basato su un sistema di intelligenza artificiale. Quali sono, secondo lei, le principali questioni etiche e democratiche legate a una nomina di questo tipo? E pensa che, in un futuro possibile, anche l’Italia potrebbe adottare una figura simile?

Edi Rama ha introdotto l’intelligenza artificiale in un ministero strategico, come quello degli appalti pubblici. L’obiettivo è legato al processo di allargamento dell’Albania all’Unione Europea: uno dei settori in cui il Paese deve compiere passi avanti riguarda la trasparenza nelle procedure di evidenza pubblica, come concorsi e appalti. Rama ha dichiarato: «Bene, trasformiamo tutto attraverso la tecnologia, affidando all’intelligenza artificiale un output neutrale, così da ridurre i rischi di corruzione». Questa è la proposta. Tuttavia, occorre cautela: la tecnologia non è mai neutrale in sé. Non è tanto l’output a essere rilevante, ma l’input, cioè il prompt che le viene fornito. Se si modificano i dati o i criteri di input, anche la risposta dell’intelligenza artificiale risulta inficiata. Un esempio: l’analisi predittiva può avere effetti discriminatori se basata su dati storici che riflettono discriminazioni pregresse, rischiando così di amplificarle. Il caso albanese è, da un lato, virtuoso – perché mostra come l’intelligenza artificiale possa migliorare trasparenza e ridurre il rischio corruttivo – ma dall’altro richiede un lavoro di “pulizia dei dati” per evitare che il sistema riproduca vecchie distorsioni. Non basta nominare un “ministro digitale” per risolvere il problema della corruzione: serve un lavoro profondo sulle competenze digitali (digital skills) nelle pubbliche amministrazioni. Oggi la PA dispone di una mole enorme di dati, ma non è detto che sappia gestirli o proteggerli correttamente. Servono molti più esperti, ad esempio di cybersecurity, perché oggi il furto di dati può avvenire non solo attaccando infrastrutture critiche, ma anche enti locali, regioni o lo Stato stesso, che spesso non dispongono delle competenze necessarie. Dobbiamo comprendere che i dati sono il “petrolio” dell’economia: se non li difendi, non li proteggi e non li valorizzi, il sistema rimane fragile, debole ed esposto ai rischi.

Autore

  • Studentessa di Relazioni Internazionali presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Sapienza. Appassionata di diritto internazionale e costituzionale, scrive per Politica, un magazine online.

Sara Gilardi
Studentessa di Relazioni Internazionali presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Sapienza. Appassionata di diritto internazionale e costituzionale, scrive per Politica, un magazine online.