Scrittore, insegnante, attivista culturale, Christian Raimo è una delle voci più lucide e controcorrente del panorama italiano. Per anni ha insegnato filosofia e storia in una scuola romana di periferia, portando in classe un pensiero critico, militante, spesso scomodo. La sua attività culturale – tra libri, articoli e interventi pubblici – ha sempre intrecciato sapere e impegno civile. Recentemente, è diventato il centro di un caso emblematico che ha riaperto un nodo irrisolto del nostro ordinamento: il rapporto tra libertà d’espressione e libertà di insegnamento. Un docente può essere sospeso per aver espresso opinioni politiche in uno spazio pubblico? Dove finisce il diritto alla critica e dove comincia, secondo l’istituzione, l’insubordinazione? 

Professore Raimo, partiamo da qui: in che modo la sua sospensione, e la reazione che ha suscitato, ci interroga sul senso profondo della libertà di insegnamento nella scuola pubblica italiana?

La libertà d’insegnamento in realtà non viene toccata fino in fondo. Non è tanto l’articolo 33 e 34 della Costituzione il problema, quanto la questione del lavoro democratico: io vengo attaccato in quanto lavoratore, al di là del mio ruolo di insegnante. Viene messa in discussione la mia libertà di espressione, e questo riguarda me ma potrebbe riguardare anche altri dipendenti pubblici. Non si distingue tra doveri professionali e sfera privata. Io ho il dovere di rispettare il codice deontologico, di preparare le lezioni, di seguire le indicazioni nazionali e il PTOF. Ma fuori dalla scuola, ho il diritto e il dovere di esprimere opinioni su come sta andando la scuola, su chi la governa. Questa è la regola di una società liberale. È terribile la confusione tra doveri pubblici e privati: è come dire a un soldato che non può dichiararsi contro la guerra pur andando a combatterla. In alcuni casi, come l’obiezione di coscienza, queste libertà si intrecciano ancora di più.

Cosa significa per lei libertà di insegnamento oggi?
È ancora garantita, o è diventata una formula svuotata nel momento in cui l
autonomia dellinsegnante viene compressa da circolari, sanzioni e paure disciplinari?

In realtà, se parliamo di libertà d’insegnamento, ho scritto un articolo lungo su Internazionale in cui rifletto su come le ore di insegnamento siano sempre più compresse da attività come il PCTO, l’educazione civica, i progetti di orientamento. Non è che si elimina la libertà d’insegnamento, ma in un contesto dove gli aspetti burocratici e l’adesione formale a progetti senza uno status disciplinare – non esiste un dipartimento di educazione civica, non esiste un dipartimento di PCTO – queste attività diventano esecuzione, non oggetto di riflessione collegiale. Questo mina la libertà d’insegnamento e la riflessione didattica.

È possibile che la scuola pubblica italiana oggi tema il conflitto? Si può ancora pensare la scuola come spazio dove si formano coscienze critiche, oppure viene sempre più ridotta a luogo neutro e conforme?

La questione del conflitto è interessante. Anche ne abbiamo provato a discutere, paragonando la trasformazione della scuola dal 1922 al 1925 con quella che sta avvenendo dal 2022 al 2025. Quindi i primi anni del fascismo e i primi anni di questo governo. Ci sono molte somiglianze, ovvero nei primi anni, antecedenti alla trasformazione in regime del fascismo, si vede come nella scuola ci fosse un’involuzione del liberalismo verso forme autoritarie di controllo, molto nazionalistiche, e qualcosa di simile sembra accadere attualmente nella scuola italiana. In questo senso, effettivamente, soprattutto la retorica, o anche il codice etico o altre forme di delegittimazione degli spazi democratici, per esempio gli organi collegiali messi in disparte rispetto a forme di management sempre più accentuate, queste sanzioni disciplinari, spesso vengono comminate dopo baruffe di squadrismo mediatico. Insomma, quello che per esempio è successo a Gaia Righetto, è stato oggetto di una delle forme di attacco da parte di Rossano Sasso, deputato della Lega, sottosegretario all’istruzione. Insomma, ne avvengono di continuo di queste cose e questo chiaramente non crea un clima in cui la comunità scolastica si sente tutta unita, ma crea invece un clima in cui è forte il potere e pensa che la collaborazione consista nell’obbedienza all’autorità.

Larticolo 34 della Costituzione afferma che la scuola è aperta a tutti”. Ma cosa significa questa apertura se non c’è anche apertura al dissenso, alla complessità, alla parola non addomesticata?

La scuola è aperta a tutti, apertura al dissenso, e qui siamo di fronte a un lascito della cultura liberale, della rivoluzione francese: quel “aperta a tutti” è un’espressione condorsettiana. Secondo me, però, non è tanto lì la questione del dissenso, ma un’altra forse ancora più importante: l’idea che la scuola possa accogliere tutti garantendo loro dignità sociale. Oggi questa cosa è sempre meno vera: la scuola formalmente non ha preclusioni, ma nella sostanza sì. Gli studenti stranieri hanno sempre meno possibilità di avere gli stessi diritti, vengono inseriti in classi di italiano potenziato; gli alunni con disabilità o DSA spesso non sono seguiti come si dovrebbe; c’è il problema del sovraffollamento, che produce forme di dispersione implicita. La scuola italiana è un luogo dove le disuguaglianze crescono, e quindi quel “aperta a tutti” in realtà non corrisponde al vero.

La scuola ha ancora un ruolo nella formazione della coscienza critica del cittadino? Oppure si va verso una scuola più addestrativa, più disciplinata, meno democratica?

Non sono mai stato allarmato rispetto al fatto che la scuola potesse diventare una palestra di democrazia, ma negli ultimi anni comincio ad esserlo, perché sempre più, da tutto l’arco parlamentare (dalla sinistra del PD e Sinistra Italiana) si pensa che la scuola debba avere essenzialmente una funzione di formazione e selezione per il mercato del lavoro. Questo lo dicono quelli di Fratelli d’Italia, ma anche Simona Malpezzi del PD, Patuanelli del M5S, Calenda, Renzi, Paita. C’è l’idea di una scuola neoliberista, in cui si formano queste sedicenti competenze non cognitive, che sono in realtà modi per addestrare al mercato del lavoro, che non è il migliore dei mondi possibili, ma spesso un luogo di sfruttamento, di disuguaglianza, di lavoro squalificato.

Don Milani scriveva: Lobbedienza non è più una virtù”. In che modo questa frase parla anche agli insegnanti di oggi? È ancora possibile disobbedire” in nome della Costituzione?

L’obbedienza e le regole oggi sono un po’ un feticcio, nel senso che nelle linee guida nazionali, come quelle di educazione civica, vengono ripetute spesso parole come “rispetto”, “autorità”, “regola”, come se ci fosse un padre spodestato dalla rivoluzione culturale del 1968. Anche la grande rivoluzione di Don Milani viene talvolta rovesciata dicendo che bisogna rimettere al centro la cattedra, il magister, quello che sa di più, insistendo sull’etimologia di “magister”. Io invece penso che bisogna pensare alle comunità educanti, dove si crea una relazione educativa in cui l’educatrice o l’educatore si mette al servizio della crescita dello studente, ponendolo al centro, come nell’idea fiorita nel Novecento. Questo per me è fondamentale.

Autore

  • Francesco Miragliuolo

    Studente di Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli e allievo del Prof. Alberto Lucarelli, approfondisco il diritto costituzionale con focus sull’articolo 3, comma 2, e il ruolo dei partiti nella democrazia. Analizza riforme istituzionali e politiche pubbliche, collaborando con diverse testate su inclusione sociale e tutela dei beni comuni.