Dario Parrini, senatore del Partito Democratico, è nato a Vinci nel 1973. Laureato in Scienze Politiche, ha iniziato la sua carriera come sindaco del suo comune natale, per poi essere eletto deputato nel 2013 e senatore nel 2018. È stato presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato e oggi ne è vicepresidente. Riformista convinto, ha lavorato a modifiche costituzionali chiave, tra cui la tutela dell’ambiente in Costituzione e l’estensione del voto ai 18enni per il Senato. Recentemente è stato nominato commissario del PD nella provincia di Barletta-Andria-Trani.

Buon pomeriggio, Senatore Parrini. Il 18 giugno arriva in Aula il disegno di legge sulla separazione delle carriere. Uno degli aspetti più controversi riguarda l’iter procedurale seguito, in particolare il fatto che la discussione in Commissione Affari costituzionali sia stata interrotta per “esigenze” di calendarizzazione.
Come opposizione avete denunciato che si tratta di una forzatura non da poco, considerato che siamo di fronte a un provvedimento che riscrive una parte importante della Carta costituzionale. Questa compressione del dibattito parlamentare le sembra riconducibile a una prassi propria dell’attuale Esecutivo o a una tendenza più ampia e strutturale?

La maggioranza, sulla cosiddetta riforma della giustizia – che in realtà è una riforma che punta a togliere di mezzo l’autonomia del potere giudiziario dal potere esecutivo – ha consumato una serie di strappi procedurali e istituzionali senza precedenti. Il ministro ha dichiarato il provvedimento parlamentarmente inemendabile prima del suo approdo in Senato, una cosa mai vista. Poi, dopo alcuni mesi di esame del ddl da parte della prima commissione di Palazzo Madama, si è compiuta la forzatura della fissazione unilaterale (su una riforma costituzionale che cambia svariati articoli della Costituzione!) di una data ravvicinata per il voto finale in aula. A sua volta questa forzatura è stata usata come pretesto per un’altra forzatura, quella di autorizzare la cangurabilità in commissione degli emendamenti a una riforma costituzionale. Una vergogna. Salvo poi dover prendere atto che per arrivare in aula nella settimana dell’11 giugno (termine poi spostato al 18 giugno) era necessario compiere un’ulteriore forzatura, e cioè andare in aula senza mandato al relatore. La maggioranza ha l’ardire di accusarci di aver fatto ostruzionismo in commissione. Ma una minoranza che subisce le prepotenze procedurali di una maggioranza arrogante non ha altra arma utilizzabile al di fuori dell’ostruzionismo.

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Entrando nel merito della riforma, sulla quale lei si è espresso più volte in modo critico, a suo avviso, quali sono i profili più problematici?

Questa non è una riforma che mira a riorganizzare e a riequilibrare il sistema giudiziario. È una riforma che punta a punire un potere dello Stato, la magistratura, per metterlo al guinzaglio di un altro potere dello Stato, il governo. Separando la carriera e gli organismi di autogoverno degli inquirenti dalla carriera e dagli organi di autogoverno dei giudicanti si crea un corpo separato di superpoliziotti interessati solo a ottenere condanne e poco inclini e incentivati a tener conto anche degli elementi indiziari e di prova favorevoli a indagati e imputati. Un corpo separato e autoreferenziale del genere, del tutto privo di cultura della giurisdizione anche perché formato separatamente dai giudicanti, si rivelerà ben presto un potere incontrollabile (perché avrà un suo csm tra cui componenti saranno maggioranza i pm) e troppo forte, e diventerà il pretesto per assoggettare la magistratura inquirente al governo. È una facile previsione. E questo è lo scopo finale del provvedimento. Il sottosegretario Delmastro, che è più sprovveduto e incauto di Nordio, lo ha anche ammesso. Poi c’è la bestialità del sorteggio, che spazza via ogni considerazione sul merito delle persone.

In fase di discussione parlamentare, quali margini di intervento normativo rimangono concretamente per le opposizioni?

I margini sono ormai pochissimi. Noi faremo di tutto, a partire dalla prossima settimana, perché l’esame dell’aula del Senato diventi uno strumento per far fare alla maggioranza riflessioni e cambiamenti che finora ha rifiutato. A dire il vero, giudicando come si sono comportati fin qui, ci spero assai poco.

I sostenitori della riforma affermano che la separazione delle carriere è necessaria per garantire l’imparzialità della magistratura. Cosa risponde a questa posizione?

La neutralità della magistratura è garantita dal suo pluralismo interno. La giustizia è un sistema che ha al suo interno pesi e contrappesi. Lo dimostra l’elevata percentuale di richieste del pm rigettate da gip e gup e il fatto che in un numero consistente di casi i magistrati di secondo grado modificano le decisioni dei loro colleghi di primo grado. E poi c’è l’esame in Cassazione. L’equilibrio tra accusa e difesa nel processo già esiste. Non c’è bisogno di interventi stravolgenti che rischiano di produrre grossi danni.

Autori

  • Sara Gilardi

    Studentessa di Relazioni Internazionali presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Sapienza. Appassionata di diritto internazionale e costituzionale, scrive per Politica, un magazine online.

  • Federico Mastrorianni

    Laureato presso l’Università “La Sapienza” di Roma, suono la chitarra e sono attivamente impegnato in politica. Coltivo una profonda passione per il diritto costituzionale e per quello pubblico comparato. Attualmente sono dottorando in diritto pubblico comparato presso l’Università “La Sapienza”.