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PROFILI BIOGRAFICI DEGLI AVVOCATI IN TERRA DI LAVORO: FAMIGLIE BOSCO E TETI TRA OTTO E NOVECENTO

Uno studio storico-giuridico sull'evoluzione dell'avvocatura in Terra di Lavoro, con particolare attenzione al ruolo delle famiglie Bosco e Teti, alle reti di clientela e all'influenza politica e sociale della classe forense tra Otto e Novecento.
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I TRATTI DEL CLIENTELISMO E DEL PATRONAGE

Sono passati più di dieci anni dal momento in cui Guido Alpa segnalava il carattere sporadico e frammentario degli studi sull’avvocatura in Italia, auspicando contemporaneamente l’avvio di una serie di ricerche tese a fare luce sull’origine, l’accreditamento, l’evoluzione e il radicamento della classe forense nel nostro paese. Non vi è dubbio che l’invito lanciato dal grande civilista piemontese sia stato raccolto dalla storiografia giuridica italiana che ha fatto della storia dell’avvocatura uno dei suoi più collaudati campi d’indagine. In questo contesto, la ricerca ha essenzialmente privilegiato un’ottica regionalistica; un filone di studi che si affianca ai lavori su università e professioni giuridiche nell’Italia liberale, sulle auto-rappresentazioni e sulle tecniche retoriche degli avvocati o sull’apporto della classe forense al processo di nation building. Se, dunque, lo stato della ricerca sul piano nazionale appare sufficiente mente delineato, l’orizzonte sembra mutare se si pone come oggetto privilegiato di analisi l’avvocatura meridionale dove si riscontrano significative lacune. Particolarmente, per il caso della Campania, a parte i meritori e per certi aspetti pioneristici contributi sulle professioni legali tra Otto e Novecento o gli studi su singole figure, manca un’analisi complessiva di impianto storico-giuridico che ricostruisca caratteri, strutture fisionomie e strategie professionali dell’avvocatura nella regione Sotto questo aspetto, la provincia di Terra di Lavoro costituisce un oggetto di indagine di grande interesse. Fin dal periodo murattiano tale provincia rappresentò uno dei comprensori più estesi ed economicamente sviluppati del Regno ed occupò poi una posizione rilevante nelle dinamiche sociali ed istituzionali del Mezzogiorno borbonico. Il compiersi del processo di unificazione nazionale (al quale si accompagnò una parziale mutilazione territoriale della provincia prima della sua temporanea soppressione nel 1927) accelerò i processi di trasformazione a livello sociale ed istituzionale, comportando una mutazione sensibile del quadro politico ed economi co del comprensorio. Si trattò di cambiamenti che registrarono la progressiva ascesa della classe forense che, sfruttando le proprie competenze tecniche e professionali, riuscì in breve tempo a garantirsi una posizione egemone nella provincia.

Provare a percorrere le ragioni di questo successo significa soprattutto ricostruire le strutture ed i caratteri del potere locale in Terra di Lavoro in età liberale, cominciando a delineare la fisionomia del “notabilato professionale”, un’espressione-questa- che, seppure di grande uso nella terminologia specialistica, rischia di rimanere “una pura espressione, lessicale priva di effettivo contenuto storico” se non rapportata a specifici conte sti di studio. A tal proposito un’indicazione di grande interesse proviene dalla ricerca sociologica, in particolare, dalla classica tipologia classificatoria proposta da Carr-Sounders e Wilson che individuano nella categoria dei professionisti due particolari connotati distintivi: il possesso di un bagaglio di competenze di natura specialistica e l’ideale altruistico della professione. Tali attribuiti, di particolare importanza nel caso della professione forense, contribuiscono a rafforzare il prestigio e la considerazione sociale della categoria. Infatti, il professionista è colui al quale viene affidata la tutela di beni, interessi e valori ritenuti di grande importanza per la collettività (come, ad esempio, la libertà personale o l’allocazione delle risorse patrimoniali in caso di un conflitto di attribuzione). Questo elemento favorisce la selezione di persone al di fuori dei normali circuiti di mercato a favore di operatori scelti sulla base della propria qualificazione.

L’orientamento al servizio tipico del legale, ben illustrato nell’espressione secondo cui “il professionista non lavora per guadagnare, ma guadagna affinché possa continuare a lavorare”, tende a creare un modello in cui non si riscontrano i caratteri tipici del controllo sociale: il controllo gerarchico e quello dei clienti. Fondamentale è, infatti, il meccanismo di fiducia che si costruisce tra professionista e cliente, un meccanismo che viene rafforzato da particolari canali di formazione e socializzazione (università e praticantato), nonché dal controllo sulla sua attività garantito dai pari (ordini professionali e codici deontologici). Questo paradigma, centrale per lo studio delle categorie professionali, è stato integrato recentemente con un diverso approccio frutto dell’attenzione che la ricerca ha riservato alle componenti culturali nell’analisi dei gruppi sociali.

Sotto questo punto di vista, la nozione francese habitus elaborata da Bourdieu rappresenta un concetto fondamentale per lo studio delle èlites professionali. Secondo il sociologo francese l’habitus opera come una matrice di percezioni e di valutazioni che permettono di identificare una serie di dispositivi spontanei propri di gruppi sociali omogenei che, allo stesso tempo, ne condizionano non solo gli schemi cognitivi, ma anche le strategie di azione attraverso una serie di valori di riferimento. Si tratta, quindi, di una sorta di mappa cognitiva che riproduce le predisposizioni mentali acquisite attraverso la socializzazione e l’esperienza nei contesti sociali e culturali, una struttura che opera per interpretare la realtà e attribuire significato alle proprie scelte di azione. La seguente chiave di lettura applicata allo studio degli avvocati consente di mettere in luce aspetti meno istituzionalizzati ma non meno importanti del sistema di valori professionali come le credenziali educative, l’importanza riservata all’insieme di relazioni di cui si dispone, la capacità di sollecitare la fiducia.

Vale la pena sottolineare che i tratti appena menzionati contribuiscono a spiegare anche il successo della componente professionale a livello politi co, un successo testimoniato (e sotto questo punto di vista la provincia di Terra di Lavoro costituisce un esempio emblematico) dall’elevato numero di cariche rappresentative occupate dagli avvocati tra Otto e Novecento, sia sul piano nazionale che su quello locale. Il fenomeno è stato oggetto di numerosi studi ed è stato messo in correlazione con i mutamenti dei meccanismi della rappresentanza politica nell’Italia liberale, particolarmente esposti ad episodi di clientelismo e patronage. Vale la pena sottolineare che i tratti appena menzionati contribuiscono a spiegare anche il successo della componente professionale a livello politico, un successo testimoniato (e sotto questo punto di vista la provincia di Terra di Lavoro costituisce un esempio emblematico) dall’elevato numero di cariche rappresentative occupate dagli avvocati tra Otto e Novecento, sia sul piano nazionale che su quello locale. Il fenomeno è stato oggetto di numerosi studi ed è stato messo in correlazione con i mutamenti dei meccanismi della rappresentanza politica nell’Italia liberale, particolarmente esposti ad episodi di clientelismo e patronage.

A tal proposito ha scritto Marco Meriggi: “se il fenomeno del clientelismo è generalizzato in tutta la nazione esso lo è ancor di più a Sud della penisola, che non a caso contribuiva alla rappresentanza politica soprattutto con avvocati”. L’autore prosegue così, il clientelismo faceva delle assemblee rappresentative “una sorta di tribunale in cui venivano difese e promosse cause non di singoli, ma di località” rispecchiando fedelmente “la conformazione civile caratteristica delle regioni del Sud”. Del resto, sembrano essere patrimonio del senso comune storiografico lo sferzante ritratto del milieu dell’avvocatura tratteggiato da Gaetano Salvemini ne La piccola borghesia umanistica meridionale , o le critiche serrate verso la rappresentanza forense da Pasquale Turiello in Governo e governati in Italia che addita va la compagine degli avvocati come uno dei principali protagonisti della decadenza politica ed istituzionale del parlamento nell’Italia liberale la cui azione era paralizzata da “prevalenza del ceto de’ curiali, ch’è il più chiaro indizio e la misura d’una condizione rimescolata e pugnace deli individui e degli interessi, e che tramonta in quasi tutta l’Europa civile e dura ancora in Italia” governati in Italia che addita va la compagine degli avvocati come uno dei principali protagonisti della decadenza politica ed istituzionale del parlamento nell’Italia liberale la cui azione era paralizzata da “prevalenza del ceto de’ curiali, ch’è il più chiaro indizio e la misura d’una condizione rimescolata e pugnace deli individui e degli interessi, e che tramonta in quasi tutta l’Europa civile e dura ancora in Italia”. Si tratta di rilievi da non sottovalutare, che, tuttavia, presentano un rischio: quello di soffermarsi più sulle articolazioni del sistema politico, piuttosto che sui motivi della sua composizione o-che è lo stesso- di concentrarsi più sulla patologia del sistema politico che sulla sua fisiologia, dal momento che l’accento posto sul rilievo degli avvocati all’interno delle dinamiche rappresentative, nonché sulle degenerazioni che ci furono, rischia di oscurare i caratteri della loro attività professionale.

In effetti, è possibile ipotizzare che la posizione chiave assunta della classe forense all’interno delle assemblee rappresentative costituisse un riflesso del proprio ruolo professionale, un portato dell’ampia gamma di ruoli e di competenze che spettavano all’avvocato all’interno della società, sia sul piano strettamente giuridico che sia su quello extra-giuridico. È opportuno, provare ad esaminare l’attività degli avvocati di Terra di Lavoro attraverso un’indagine sul campo, soffermandosi su una serie di elementi che hanno contribuito a definire l’identità sociale della classe forense della provincia a cominciare dal ruolo essenziale rivestito dalle dinamiche familiari.

LA VICENDA DELLA FAMIGLIA BOSCO

Non è un caso che la ricostruzione dei profili biografici degli avvocati di Terra di Lavoro tra Otto e Novecento si intrecci spesso con la storia e le vicende delle famiglie più importanti e più influenti della provincia. In effetti, era proprio la famiglia che portava in dote all’avvocato non solo i mezzi economici necessari ad intraprendere la professione, ma soprattutto contribuiva a fornire al giovane legale una fitta rete di rapporti, alleanze, reti di relazioni che si sarebbero rivelate determinanti nel prosieguo della carriera. Si trattava di contatti, legami personali e di amicizia, un capitale sociale legato alla famiglia di provenienza che rappresentava un elemento centrale per l’affermazione sociale e professionale. A ben vedere, la famiglia per il futuro avvocato non contava solo in quanto comunità di affetti e patrimonio, ma anche come ambito di apprendimento di valori, istanze, codici di comportamento, come comunità educativa privata. Emblematica è la vicenda dell’ascesa sociale e professionale dei membri della famiglia Bosco, ricostruita recentemente. Giuseppe Maria Bosco classe 1805 e di casertano di origine, dopo la laurea in legge conseguita all’Università di Napoli, si stabilì a Santa Maria Capua Vetere, iniziando una fortunata carriera tra i banchi del foro. Socio ordinario della Società economica di Terra di Lavoro, negli anni precedenti all’unificazione l’avvocato Bosco consolidò una serie di relazioni e legami con i membri più influenti dei liberali napoletani come Luigi Settembrini, Antonio Scialoja, ma soprattutto con Pasquale Stanislao Mancini, con il quale collaborò al periodico Le ore solitarie, e Francesco Saverio Correra, con cui portò avanti un intenso sodalizio professionale. Diventato uno dei membri più influenti del partito unitario di Terra di Lavoro, dopo il 1860 passò tra le fila della magistratura, concludendo la carriera nel 1880 con il collocamento a riposo per raggiunti limiti di età con il grado di presidente di Corte d’Appello.

Tra i suoi figli, il primogenito Giacinto seguì le orme paterne diventando uno degli avvocati più rinominati del foro sammaritano. Conseguita la laurea in giurisprudenza, iniziò una prestigiosa carriera forense che lo portò ad essere eletto nel primo consiglio dell’Ordine degli avvocati dopo il 1874, affiancando all’esercizio della professione anche l’impegno in campo politico come assessore comunale a Santa Maria Capua Vetere e membro della giunta provinciale.

Sul finire del secolo la famiglia Bosco aveva raggiunto una posizione di vertice nel panorama sociale della provincia, una posizione destinata a crescere anche attraverso i legami di parentela acquisita e le scelte matrimoniali. La nipote di Bosco, Maria Sofia, aveva sposato nel 1891 Raffaele Perla. Questo, dopo la laurea intraprese la professione di avvocato, prima tappa di un lungo cursus honorum che lo avrebbe visto prima libero docente, poi professore di Storia del diritto all’Università di Napoli e successivamente giudice civile presso il tribunale del capoluogo campano. Nel 1891, passato nei ranghi della magistratura amministrativa con la carica di referendario nella quarta sezione del Consiglio di Stato presieduta da Silvio Spaventa, Raffaele Perla venne eletto deputato per il collegio di Santa Maria Capua Vetere nella XII legislatura, e dal 1909 nominato senatore del Regno. Deciso a proseguire la sua esperienza nell’alto consesso amministrativo, concluse la sua carriera come presidente del Consiglio di Stato.

Il caso della famiglia Bosco illustra in maniera significativa la fondamentale importanza dell’elemento familiare all’interno delle dinamiche del foro sammaritano. Inoltre, ciò va ad evidenziare di come all’attività forense si andasse ad affiancare spesso la trasmissione di una carica politica, segno evidente di come i rapporti costruiti dal genitore nel corso della propria attività, costituissero una parte rilevante del bagaglio di risorse trasmesse attraverso le generazioni. A tal proposito, gli studi che hanno posto l’accento sul carattere endogamico delle scelte professionali hanno parlato di un vero e proprio aspetto di Anciem Règime delle strategie familiari per sottolinea re da un lato la frequente trasmissione dello status di professionista in via ereditaria, dall’altro come a questa carriera si accompagnasse non di rado anche rilievo pubblicistico, rappresentato dalle cariche politiche ed amministrative, che passavano di generazione in generazione all’interno del nucleo familiare. Non vi è dubbio che dal punto di vista professionale i figli di avvocati potevano contare su alcuni vantaggi obiettivi nell’intraprendere la carriera forense: al di là dei rapporti e delle reti di clientela, la relazione familiare portava con un sè una certa familiarità con le materie giuridiche unita ad una guida attenta nel corso della formazione. Tuttavia, sarebbe fuorviante ritenere che le famiglie di avvocati costituissero il bacino esclusivo di reclutamento della futura classe forense. Considerazioni per molti tratti analoghe, sii trovano nell’area dei padri impegnati in attività connesse all’amministrazione o al notariato, bacino di reclutamento per gli aspiranti alla professione forense.

Inoltre, l’indagine sulle origini sociali degli esponenti del foro sammaritano non può certamente trascurare l’alto numero di avvocati discendenti da famiglie di possidenti. Il termine “possidente” rappresentava un teorema ricorrente all’interno del linguaggio amministrativo dell’Italia del l’Ottocento. Così, anche all’interno del foro sammaritano la qualifica di possidente o proprietario relativa all’attività paterna accomunava discendenti della nuova borghesia commerciale con i rampolli delle famiglie più influenti e antiche del comprensorio, quasi a sottolineare come la scelta professionale si ponesse come una come una componente fondamentale della strategia familiare di trasmissione e di conservazione del patrimonio. 

Il nesso strettissimo tra famiglia e patrimonio sembra chiarire in modo significativo un aspetto fondamentale delle logiche di selezione della classe forense in Terra di Lavoro, illustrando come la scelta della professione si ponesse come una via per molti aspetti complementare per consolidare e rafforzare il potere e l’influenza sociale basata sulla proprietà. Ancora una volta, le reti familiari giocavano un ruolo rilevante nelle scelte professionali, permettendo al giovane avvocato di consolidare la propria ascesa sociale e professionale sfruttando le relazioni e i legami acquisiti nel corso delle generazioni.

Il ruolo della famiglia acquisiva un rilievo importante ben al di là delle scelte professionali dei giovani avvocati. La legge professionale del 1874 aveva previsto all’art.39 come condizione ai fini dell’iscrizione nell’albo dei procuratori il necessario svolgimento di un periodo di pratica professionale da svolgersi presso lo studio di un procuratore. L’ingresso del fu turo legale all’interno del mondo professionale doveva avvenire tramite un tirocinio biennale a contatto con la realtà delle aule di giustizia. Le aspirazioni legate alla pratica forense all’atto pratico erano, tuttavia, desti nate a scontrarsi con una serie di ostacoli, primo fra tutti quello di riuscire a conseguire un effettivo grado di preparazione tecnica, ma anche dalla possibilità di giovarsi degli insegnamenti di un dominusrealmente interessato alla crescita professionale del giovane legale.

Così, la possibilità di essere accolti in uno studio da parte di un membro della famiglia costituiva un vantaggio per i giovani laureati, permettendo di consolidare la propria esperienza in un ambiente attento alla propria crescita e dando avvio ad un sodalizio professionale con il parente che spesso proseguiva dal periodo di pratica a quello di effettivo esercizio della professione. Era consuetudinario, che l’esponente più giovane della famiglia iniziasse la propria carriera tra i banchi del foro assumendo le funzioni di procuratore nelle cause più semplici oppure svolgendo attività di udienza, mentre il parente più anziano assumeva le funzioni di avvocato impostando l’attività di difesa e suggerendo le strategie processuali più opportune. Inoltre, la pratica forense poteva anche costituire l’occasione per il futuro legale di entrare in contatto con nuovi ambienti e contesti professionali, prima fra tutti la realtà napoletana che, per prestigio e tradizione, esercita va un fascino indiscusso. Le reti familiari, anche in questo caso, potevano farsi che la pratica potesse compiersi in un affermato studio professionale napoletano. 

LA VICENDA DELLA FAMIGLIA TETI

D’altronde, quello della famiglia Bosco non rappresentava certamente l’unico esempio di trasmissione ereditaria delle scelte di carriera. Così per Filippo e Nicola Teti, figli dell’avvocato Raffaele Teti. Questi, liberale e già fra i più attivi della Società economica di Terra di Lavoro, divenne uno degli avvocati più in vista del foro di Santa Maria Capua Vetere, raggiungendo anche la carica di consigliere provinciale per il mandamento di Alvito presso Sora. Dei suoi figli, il secondogenito Nicola proseguì il tracciato della presenza familiare all’interni delle amministrazioni locali di Terra di Lavoro. Per molti anni il sindaco di Tora presso Roccamonfina occupò anche lo scranno di consigliere provinciale e della Giunta Provinciale Amministrativa. Il primogenito Filippo, anche lui avvocato come tradizione di famiglia, oltre ad essere per molti anni consigliere comunale di Santa Maria Capua Vetere, nel 1876 venne eletto deputato per il collegio di Sora, confermando il suo seggio alle elezioni del 1882 per il collegio di Caserta, concludendo la sua brillante carriera politica con la nomina a senatore nel 1892.

L’ASCESA DELLA PRATICA FORENSE IN AMBITO FINANZIARIO

La concezione classica della professione forense doveva fare i conti con le profonde trasformazioni imposte dai processi politici, economici, culturali che interessavano la società italiana sul volgere del secolo. Immediato fu il mutamento del ruolo pubblico dell’avvocato all’interno della società liberale. Ancora una volta la prosa tagliente ed efficace di Gaetano Salvemini sembra offrire indicazioni importanti: “In un paese come il nostro nel quale il governo o la Provincia o il Comune si occupano di tutto e di tutti, su dieci cittadini ce ne sono almeno undici che hanno reclami da presentare, domande da avanzare, interessi da tutelare, scatole da rompere”. Le parole di Salvemini colgono con grande lucidità un punto essenziale: l’aumento esponenziale delle funzioni pubbliche registrato tra Otto e Novecento richiedeva la presenza sempre più incombente di mediatori, intermediari capaci di interagire tra cittadino ed amministrazione: un ruolo che poteva trovare come interprete privilegiata proprio la classe forense, capace di coniugare il proprio sapere all’interno di contesti diversi e pluriarticolati. Non sembra un caso, che ai primi avvocati legati al passato liberale ed ai valori risorgimentali come Pasquale Stanislao Mancini si avvicendò nel panorama degli eletti una platea di avvocati legati più agli interessi del collegio e meno a valori politici condivisi, professionisti che seppero sfruttare le loro competenze e il proprio radicamento sul territorio come formidabile arma di organizzazione del consenso. 

Tra i tanti, oltre ai già ricordati Raffaele Perla e Filippo Teti, una menzione spetta ad Enrico Morelli già sindaco di Santa Maria Capua Vetere, abile tessitore di una rete di alleanze politiche che faceva capo su colui che sembra incarnare nel bene e nel male meglio il mutamento del ruolo pubblico dell’avvocato nella realtà campana tra Otto e Novecento: Pietro Rosano (1846-1903). 

Sono gli anni in cui all’interno del comprensorio di Terra di Lavoro la realtà urbana si arricchiva attraverso una trama speculativa che avrebbe portato alla costruzione di numerose opere pubbliche che provocarono profondi squilibri nelle finanze locali. Al centro di questo fitto intreccio di relazioni clientele ed interessi imprenditoriali, un ruolo di grande rilievo era giocato dalla componente forense che era in grado di coniugare un forte radicamento sociale con il possesso di competenze idonee alla gestione delle risorse finanziarie. Un gran numero di avvocati promuoveva la fondazione di nuovi istituti di credito come banche popolari e società cooperative, come nel caso della Banca di credito popolare Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere. Tra gli avvocati più attivi un posto di rilievo spetta, certamente a Lorenzo Zarone (1830-1912) 153, fondatore e poi presidente della Banca cooperativa teanese, un istituto bancario spesso al contrario al centro di manovre speculative e reti di prestiti ramificate in tutta la regione. Zarone riuscì a sconfiggere l’avvocato Angelo Broccoli (1842-1924) alle elezioni nazionali del 1874 per il collegio di Teano, grazie ai rapporti stretti con il Duca di San Donato e con la redazione del quotidiano napoletano Roma. Anche in Terra di Lavoro la crescente richiesta di prestazioni specializzate che richiedevano oltre ai tradizionali saperi giuridici un insieme di cognizioni tecniche specifiche, contribuì ad accrescere l’insieme delle competenze della classe forense ad orientare l’offerta sul mercato delle prestazioni professionali. La cura del contenzioso in tema di lavori pubblici andò ad affiancarsi agli interventi assistenziali gestiti dalle congregazioni di carità. Al riguardo, l’elevato numero di avvocati posti alla guida delle istituzioni caritative trovava la sua ragione nel possesso di competenze idonee a comprendere i complessi meccanismi che regolavano l’acquisto e la gestione della proprietà pubblica ed ecclesiastica, ma anche nel crescente ruolo assunto dallo Stato in questa materia, in seguito all’emanazione della Legge Crispi sulle istituzioni di beneficenza ed assistenza.

Al di là delle dinamiche professionali legale ad un contesto urbano, l’accresciuta versatilità delle competenze spendibili dalla classe forense poteva trovare un solido terreno di azione anche nelle realtà periferiche del comprensorio, meno sviluppate dal punto di vista economico. La fitta di rete delle preture mandamentali, distribuite anche nelle aree rurali e meno popolose della provincia, offriva l’occasione agli avvocati di realizzare una preziosa funzione di mediazione tra le istanze dello Stato e della società civile, essenziale per una penetrazione capillare dell’azione pubblica nelle aree più remote.

La fisionomia agricola del comprensorio, legata all’allevamento e alla trasformazione dei prodotti del territorio, offriva ancora un altro ambito di azione al ceto forense.

In Terra di Lavoro nascevano numerosi enti ed iniziative volte ad incrementare lo sviluppo e la produzione agricola che videro in prima fila molti avvocati. Si tratta di una tematica a cui non sempre si attribuisce il rilievo dovuto, ma che presenta una grandissima importanza con riferimento alla vicenda dei professionisti legali nel comprensorio di Terra di Lavoro. Da qui si andrà a rilevare la rappresentazione tipica del ceto forense come èlite sociale investita di una missione di civilizzazione e di diffusione del progresso nazionale attraverso le armi del diritto. La scuola doveva es sere il luogo in cui l’Italia unificata doveva diventare nazione e per farlo, secondo Francesco De Sanctis, un compito fondamentale doveva essere attribuito a un “valoroso nucleo di cittadini” che esprimesse l’unità della cultura italiana, lasciando insinuare negli strati più umili della società una sana istruzione e un’educazione efficace.

Per questo, Alfonso Ruggiero, allievo di Francesco De Sanctis, si legò ai problemi della scuola nel comprensorio casertano, attraverso la sua attività di Deputato provinciale, riorganizzò la scuola femminile di Caserta e l’istituto artistico San Lorenzo, fino ad ottenere la nomina di preside del prestigioso liceo Giannone di Caserta. Tuttavia, anche altri avvocati si impegnarono per promuovere e valorizzare l’istruzione pubblica nel territorio provinciale, in particolare sul piano dell’istruzione tecnica. 

Autore

  • 26 anni
    Laurea triennale in scienze politiche- laurea magistrale in Scienze della politica
    Master di II livello in pubblica amministrazione
    Dottoranda in scienze giuridiche e sociali per l’innovazione (settore diritto medievale e moderno)
    Provenienza: dipartimento di scienze politiche Vanvitelli

Carmen Verde
26 anni Laurea triennale in scienze politiche- laurea magistrale in Scienze della politica Master di II livello in pubblica amministrazione Dottoranda in scienze giuridiche e sociali per l’innovazione (settore diritto medievale e moderno) Provenienza: dipartimento di scienze politiche Vanvitelli