Francesca Scarpato (Portici, 1991) è un’avvocatessa specializzata in appalti pubblici, con un Master nel settore. Attiva fin da giovanissima nel volontariato (Croce Rossa) e nella politica, ha guidato i Giovani Democratici in Campania e ricoperto ruoli nella segreteria del PD. Nel 2022 è stata eletta all’unanimità segretaria provinciale di Napoli per Azione, dopo aver già svolto il ruolo di responsabile per il Mezzogiorno. Nota per la sua energia, competenza e visione riformista, affronta con passione temi quali educazione, lavoro giovanile, sanità e mobilità urbana. Attualmente è vice-Segretaria del partito Azione.
Buon pomeriggio a Francesca Scarpato. Sono allarmanti le parole del ministro Giorgetti che mettono sotto i riflettori lo spopolamento del Mezzogiorno: si stima un calo di 3,4 milioni di abitanti entro il 2050. Di fronte a questi dati drammatici, in che modo secondo lei potremmo invertire questa statistica? E in quali settori del Mezzogiorno vi è un’urgenza immediata di intervento?
Buon pomeriggio, grazie per il confronto. I dati che Giorgetti ha esposto nel corso dell’audizione di ieri presso la Commissione d’inchiesta sulla “Transizione demografica” voluta e presieduta dalla nostra presidente Elena Bonetti, non sono solo numeri. Ma il risultato di politiche sbagliate o mancate che hanno aggravato la marginalizzazione economica e sociale del Meridione (e non solo). Serve un piano strategico nazionale che punti innanzitutto su lavoro di qualità, istruzione, infrastrutture materiali e digitali. Bisogna trattenere e far tornare i giovani emigrati, attrarre investimenti, creando un ambiente favorevole per imprese e famiglie. I settori più urgenti? Sanità, istruzione, trasporti locali, sicurezza e un rilancio dell’industria e del turismo sostenibile.

Giovanni Giolitti affermò ironicamente: “Per governare il Mezzogiorno bisogna chiudere un occhio. Qualche volta tutti e due.” Alla luce di questa celebre frase, ritiene che l’attuale governo si stia effettivamente occupando delle criticità strutturali del Mezzogiorno? O continua a prevalere una gestione disattenta e superficiale delle problematiche del Sud?
L’attuale governo sembra essersi ricordato dell’esistenza del sud (e comunque lo ha fatto con un sottosegretariato) solo qualche settimana fa. È più interessato a proclami che a strategie strutturali. Mancano visione e continuità. I fondi PNRR sono stati ridimensionati e in parte dirottati, il che mostra una chiara disattenzione. Il Sud non ha bisogno di assistenzialismo, ma di pari dignità e pari strumenti per crescere, altrimenti il divario si allargherà ancora e ancora.
Nel Mezzogiorno l’abbandono scolastico è quasi il doppio rispetto al Nord, e solo il 15% dei giovani ha un titolo universitario contro il 30-35% del Nord. Come si può intervenire per migliorare l’istruzione e offrire più opportunità ai giovani del Sud?
L’istruzione è il vero ascensore sociale. Servono investimenti mirati: tempo pieno nelle scuole del Sud, potenziamento delle competenze digitali e linguistiche, borse di studio accessibili, percorsi tecnici e professionali legati al territorio. Bisogna rafforzare il rapporto tra università e imprese locali per creare reali sbocchi occupazionali. E poi, rendere le scuole luoghi vivi, presidii di comunità contro la dispersione e la povertà educativa e non votifici asettici da cui in troppi si tengono alla larga.

Mentre il Mezzogiorno continua a spopolarsi, come si giustifica la scelta di privilegiare il progetto del Ponte sullo Stretto rispetto a un’allocazione più diretta e mirata delle risorse verso interventi concreti per lo sviluppo economico e sociale del Sud?
Il Ponte sullo Stretto ormai è un simbolo, un emblema del dibattito politico italiano. E come tutti i progetti simbolici ha un unico obiettivo: distogliere l’attenzione da problemi atavici, difficili che nessuno sembra voler affrontare. Non siamo contrari al Ponte, anzi. Ma ben prima ci si occupi delle strade del nostro sud e delle isole totalmente inagibili, ferrovie lente (ad essere buoni), aree interne isolate. Prima di collegare due sponde, colleghiamo i cittadini alle opportunità. Senza un contesto solido – fatto di trasporti, servizi, lavoro – il ponte rischia di restare un monumento all’inefficienza politica.
Quali strumenti giuridici possono essere adottati dalle regioni del Sud Italia per fronteggiare l’overtourism, garantendo la tutela del patrimonio ambientale e culturale e la protezione dei diritti delle comunità locali?
Le regioni possono e devono esercitare le loro competenze in materia di pianificazione territoriale, regolamentazione del flusso turistico e tutela ambientale. Servono piani regolatori del turismo, limiti agli affitti brevi, e investimenti in infrastrutturali. Ma soprattutto serve una governance interistituzionale che tenga insieme Comuni, Regioni e Stato per una strategia condivisa, realizzabile e sostenibile.
Quali sono le principali sfide giuridiche e costituzionali che l’autonomia differenziata pone alle regioni del Sud Italia, in particolare in relazione alla gestione delle risorse territoriali e alla tutela dei diritti fondamentali dei cittadini?
L’autonomia differenziata, così come è stata pensata, rischia di cristallizzare le diseguaglianze. Se non si garantisce prima il rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) in tutto il Paese, il Sud rischia di essere marginalizzato ancora di più. La sfida è costituzionale: la Repubblica è una e indivisibile, e ogni cittadino deve avere pari diritti, a prescindere dal codice di avviamento postale. La vera autonomia deve essere solidale, non competitiva.