Analisi

LA GUERRA DEI DODICI GIORNI TRA USA, IRAN E ISRAELE: CI SONO STATE VIOLAZIONI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE E INTERNO?

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Il 13 giugno Israele ha colpito l’Iran, sentendosi minacciato da un’ipotetica produzione di armi nucleari. Ha agito riparandosi dietro allo scudo della legittima difesa preventiva. Nella notte del 22 giugno gli Stati Uniti hanno poi bombardato tre siti nucleari iraniani. Pare si sia arrivati a una tregua. 

Sono molti i dubbi riguardo alla legittimità internazionale e interna delle azioni israeliane, come di quelle statunitensi. Capiamo insieme perché e cosa è successo dall’inizio della “Guerra dei dodici giorni” ad oggi.

L’INTERVENTO STATUNITENSE E IL PROBLEMA DELLA SUA LEGITTIMITÀ
Domenica in tarda serata gli Stati Uniti, con la benedizione israeliana, hanno preso parte attivamente al conflitto già iniziato tra Israele e Iran, colpendo i centri nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, distruggendoli completamente, almeno secondo Trump. 

Nel tentativo di rendere legittima l’azione militare, l’amministrazione si sta appoggiando all’articolo II, sezione 2 della Costituzione statunitense, secondo il quale il Presidente è il comandante in capo delle forze armate, bilanciato dal Congresso, che per l’articolo I, sezione 8 ha invece il potere di dichiarare guerra. Da decenni i presidenti americani ordinano attacchi militari senza un’autorizzazione esplicita del Congresso, giustificandosi con la necessità di prevenire minacce imminenti, come in questo caso.

L’azione del 22 giugno è stata giustificata dallo staff di Trump come un’operazione militare limitata, non equivalente a una dichiarazione di guerra. Il problema sta nella vaghezza del documento costituzionale statunitense, che lascia spazio a interpretazioni contrastanti su quali siano effettivamente le operazioni militari che richiedono l’autorizzazione del Congresso.

Ovviamente secondo Trump e i suoi sostenitori il Presidente ha tutto il diritto di ordinare azioni militari per tutelare la sicurezza nazionale, e può farlo senza il vaglio del Congresso. Ma esperti e costituzionalisti non la pensano proprio così… 

Per molti (come Ryan Goodman, professore di diritto americano alla NYU School of Lawla legittimità legale dell’atto dipende dalla presenza o meno di una minaccia incombente, e per altrettanti Trump, non esistendo l’effettivo rischio di una bomba atomica iraniana, avrebbe agito illegalmente sia per il diritto internazionale sia per quello interno. Per capire meglio la natura dell’azione americana occorre però capire la legittimità dell’attacco israeliano del 13 giugno.

LA RISPOSTA IRANIANA E LA TREGUA
Lunedì è stato il turno dell’Iran, che ha lanciato missili alla più grande base statunitense in Medio Oriente, che si trova ad Al Udeid in Qatar.

In poche ore Trump ha annunciato un cessate il fuoco totale tra Iran e Israele. Per il Presidente americano quella che lui stesso ha chiamato “la guerra dei dodici giorni” sarebbe potuta andare avanti per anni, portando alla completa distruzione del Medio Oriente.

Quattro ore dopo l’annuncio del cessate il fuoco, con il pretesto dell’entrata nel suo spazio aereo di due missili balistici, Israele ha di nuovo colpito l’Iran, mandando su tutte le furie il Presidente degli Stati Uniti. Si è poi tornati a una tregua.

IL RUOLO DI ISRAELE: LEGITTIMA DIFESA PREVENTIVA?
Da tempo Israele accusa l’Iran di essere la sua principale minaccia, ma nonostante ciò non aveva mai colpito le sue infrastrutture nucleari, almeno fino al 13 giugno, quando ha dato il via a una danza di droni e missili tra i due Stati. 

Secondo Israele bisognerebbe considerare gli attacchi di metà mese contro Teheran come atti di legittima difesa preventiva. Non tutti sono di questo parere e non pensano che l’Iran stia effettivamente progettando una bomba nucleare da utilizzare nell’imminenza contro Israele. 

A prescindere dall’esistenza di un’effettiva minaccia nucleare, sarebbe questa una scusa abbastanza buona per attaccare un altro Stato? L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite afferma il diritto naturale degli Stati membri all’utilizzo della legittima difesa. È l’unica eccezione prevista dal diritto internazionale generale al divieto dell’uso della forza. Solo il Consiglio di Sicurezza può decidere se l’azione militare è giustificata, e questo solo dopo che gli Stati hanno provato e fallito nella soluzione pacifica della controversia. 

Il problema della legalità dell’atto israeliano risiede nel poter giustificare o meno l’azione come legittima difesa preventiva. 

Il ricorso alla legittima difesa preventiva per insediare la regola generale, e giustificare l’uso della forza, è stato storicamente utilizzato dagli Stati Uniti nel 2003 in Iraq, quando hanno agito similarmente all’Israele di oggi. 

L’IRAN E IL NUCLEARE
Le mosse dell’Iran non sono attualmente chiare all’Agenzia internazionale per l’energia atomica anche perché il paese non vi collabora più dal 2021, dopo che Trump ne aveva annullato un accordo chiave.Comunque non ci sono prove sicure di una produzione di grandi armi nucleari da parte di Teheran, e tanto meno indizi che porterebbero a ritenere che l’Iran si stia muovendo verso un uso sistematico di mezzi di distruzione di massa di questo tipo. 

L’Iran è firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare del 1968, ma lunedì il Ministro degli esteri ha minacciato di uscirne. 

LE VERE RAGIONI DELL’ATTACCO ALL’IRAN
Cosa si cela dietro all’attacco unilaterale israeliano? Israele si è forse ispirato alla Dottrina Begin, programmando l’azione bellica meticolosamente molto tempo prima di quando è stata effettivamenteII compiuta? Formulata dal Primo Ministro omonimo nel giungo di ormai quarantaquattro anni fa, la Dottrina Begin prevede un’intolleranza del governo israeliano nei confronti di qualsiasi Stato arabo che decidesse di acquisire o sviluppare armi nucleari, stabilendo inoltre una difesa tempestiva e attuata in anticipo rispetto alla dotazione militare degli altri paesi, insomma un’azione preventiva unilaterale e che prevede l’uso della forza.

La Dottrina è stata applicata nel 2007 in Siria e più volte dal 2010 ad oggi in Iran, dove sono state uccise persone (tra cui importanti fisici e capi militari) e sono stati sabotati alcuni impianti nucleari. 

Ad affiancarsi alla Dottrina Begin c’è anche l’obiettivo strategico israeliano di contenere le ambizioni iraniane, impedendo a Teheran di acquisire un arsenale simile al proprio, che possa portare a ridurre la superiorità strategica di Israele, indebolendo il paese. In sostanza il reale scopo di Netanyahu (e di Trump) sembra essere peggiorare la situazione di caos in Medio Oriente per far sopravvivere come sola superpotenza regionale Israele, come sostiene Alastair Crooke, diplomatico e agente dell’MI-6 britannico.

Un’altra mitologia ricorrente sul motivo dell’attacco è quella del cambio di regime. Quelli avvenuti negli ultimi decenni su imposizione estera hanno prodotto situazioni tragiche: basti pensare all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia. La caduta del regime degli ayatollah in Iran non porterebbe necessariamente a progresso e libertà (che poi cosa sono progresso e libertà se proviamo a pensare fuori da classiche definizioni capitalistiche e occidentali?). Un suo crollo causato da Israele porterebbe con buone probabilità all’emergere di forze oppressive e antidemocratiche, rendendo più facile a Netanyahu il dominio mediorientale.

In tutto ciò l’opinione pubblica ha iniziato a far passare in secondo piano il genocidio della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza, che sta riducendo Israele a Stato-paria, isolandolo globalmente. L’attacco all’Iran allontana i riflettori dalla Palestina e rinvia le decisioni della comunità internazionale a riguardo.  

Autore

  • Flavia Dominelli

    Sabina, calabrese, ma anche londinese, sono studentessa di Scienze politiche e Relazioni internazionali a Roma. Da sempre appassionata di giornalismo e cultura popolare, sono attualmente redattrice per politicamag.it, dove mi dedico ad articoli di politica britannica e internazionale, di cultura e di attualità.