Analisi

IL RUOLO DELL’UNIONE EUROPEA NEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE TRA CRISI E DECLINO DIPLOMATICO

Un’analisi storica e politica del ruolo dell’Unione Europea nel conflitto israelo-palestinese, tra tentativi di mediazione, divisioni interne e crisi della leadership europea nel Medio Oriente contemporaneo.
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INTRODUZIONE

Il conflitto israelo-palestinese rappresenta uno dei contesti più importanti e complessi tra quelli che catalizzano l’attentione degli attori internazionali, inclusa l’Unione Europea. L’UE si posiziona come forza di mantenimento della pace (peacekeeper) e attore globale; per tale ragione, comprendere il ruolo da essa svolto nel conflitto israelo-palestinese permette di evidenziarne l’efficacia come attore globale e l’influenza come potenza normativa nelle relazioni internazionali.

Per chiarire questi punti, il saggio è strutturato come segue: innanzitutto viene analizzato il ruolo storico tra il 1950 e il 1970 fino alla guerra dello Yom Kippur del 1973. Nella seconda fase si analizza il declino del ruolo dell’UE dalla fine degli anni ’70 fino alla Seconda Intifada; la terza parte si concentra invece sul conflitto attuale e sulla reazione dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. In conclusione, il saggio analizza le prospettive future e il modo in cui le nuove generazioni possono guidare un cambiamento europeo volto a ricostruire la propria leadership nel processo di pace. Questo saggio si basa su un’analisi storica e politica dell’azione e delle decisioni dell’UE, strutturata a partire dalla lezione magistrale tenuta da Lily Habash.

PRIMA FASE: Il ruolo storico dell’UE dal 1950 alla guerra dello Yom Kippur

Il contesto europeo successivo alla seconda guerra mondiale era imperniato sulla necessità di ricostruire le economie dei paesi europei e di stabilire condizioni di pace e sicurezza. Al fine di prevenire un altro conflitto, nel 1957 è stata formalizzata la Comunità Economica Europea attraverso il Trattato di Roma. La CEE aveva come obiettivi principali l’integrazione economica, il rafforzamento della cooperazione politica e la creazione del Mercato Comune. Per questo motivo, la politica estera risultava debole ed essenzialmente legata agli Stati Uniti, partner privilegiato durante la Guerra Fredda¹.

Nonostante la sua focalizzazione interna ed economica, l’Unione Europea si autodefiniva come un attore morale e concepiva il proprio ruolo internazionale como “promotore di pace, democrazia e diritti umani”². I principi europei includevano il rispetto della dignità umana, dei diritti umani, della libertà, della democrazia e dello stato di diritto. Sebbene tutti questi elementi fossero rappresentati nelle dichiarazioni pubbliche e inseriti tra le priorità internazionali, sul piano politico in Medio Oriente l’actione europea è rimasta strettamente legata agli Stati Uniti, e dunque a favore di Israele³.

Infatti, durante il periodo compreso tra il 1950 e il 1970, le azioni europee sono state orientate alla sicurezza di Israele e alla gestione dei rifugiati palestinesi; al contrario, le aspirazioni politiche palestinesi hanno ricevuto scarsa attenzione. Questo limite nel ruolo europeo rifletteva sia la dipendenza dagli Stati Uniti, sia l’instabilità economica e politica interna. In questo periodo, le relazioni tra l’Europa e i paesi arabi sono state periferiche, anche perché la CEE non disponeva di una politica estera unificata.

Un passo in avanti si è verificato nel 1973 con la guerra dello Yom Kippur e la conseguente crisi petrolifera, eventi che hanno evidenziato la necessità per l’Europa di adottare un approccio più equilibrato. Da questo momento, l’Europa ha iniziato a svolgere un ruolo più centrale e a prestare maggiore attenzione alle esigenze arabe, inclusa la situazione palestinese, sviluppando politiche finalizzate alla creazione di un dialogo regionale basato sulla stabilità. Ciò ha costituito il primo passo verso un ruolo europeo più significativo.

DALLA DICHIARAZIONE DI VENEZIA ALLA SECONDA INTIFADA E ALLE ELEZIONI DI HAMAS

Durante gli stessi anni, la situazione tra Israele e Palestina mostrava segni di deterioramento: nel 1967 è scoppiata la Guerra dei Sei Giorni, conclusasi con l’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gaza, di Gerusalemme Est, del Sinai e del Golan, e con l’instaurazione di un’occupazione militare permanente. A seguito di questi eventi, nello stesso anno le Nazioni Unite hanno adottato la Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza, che introduceva due principi: la condanna dell’occupazione illegale e il principio della “terra in cambio di pace”⁴.

Negli anni ’70 l’OLP era guidata da Arafat. Dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973 e la crisi petrolifera, divenne evidente la necessità di un intervento diplomatico; fu così avviato il dialogo tra l’Europa e il mondo arabo. In questa fase si produsse una frattura tra l’Europa e gli Stati Uniti, causata dal fatto che questi ultimi mantenevano una posizione filo-israeliana e rifiutavano il confronto con l’OLP; al contrario, l’approccio europeo si fondava sulla diplomazia, sul ruolo del diritto e sul diritto all’esistenza dei palestinesi.

Il punto di svolta definitivo che condusse alla Dichiarazione di Venezia fu rappresentato dagli Accordi di Camp David tra Israele ed Egitto, i quali ignorarono ampiamente le aspirazioni politiche palestinesi⁶. Tre questioni principali rimasero irrisolte: le limitazioni all’autonomia palestinese, la possibilità di creare uno Stato palestinese e l’esclusione dell’OLP. Per tali ragioni, la Comunità Europea ritenne questo accordo insufficiente e rispose con la Dichiarazione di Venezia⁷.

La Dichiarazione di Venezia fu adottata il 13 giugno 1980 e firmata dai 9 membri della CEE, costituendo il primo documento contenente una posizione europea unita sul conflitto arabo. I principi cardine stabiliti dalla Dichiarazione furono i legittimi diritti dei palestinesi, inclusa l’autodeterminazione⁸, e la necessità di includere l’OLP nel processo di pace. Inoltre, fu riaffermato il principio della sicurezza anche per Israele, affinché potesse esistere entro i confini definiti dalla Risoluzione ONU 242⁹. L’importanza di questa risoluzione risiede nel fatto che, per la prima volta, l’Europa ha sostenuto esplicitamente la soluzione a due Stati al fine di garantire i diritti palestinesi, condannare l’occupazione israeliana e riconoscere l’autorità dell’OLP.

Nel corso degli anni ’80 e ’90 l’Europa ha agito prevalentemente come osservatore e ha sostenuto una risoluzione diplomatica, come nel caso degli Accordi di Oslo¹⁰, ma la sua capacità d’azione è rimasta limitata dalle priorità interne e dal suo allineamento con gli Stati Uniti¹¹.

Un ulteriore punto di rottura è stato la Seconda Intifada nel 2000, che ha messo alla prova il ruolo dell’UE. Di fatto, l’approccio degli Stati membri dell’UE si è diviso: da un lato, i paesi dell’Europa settentrionale e occidentale hanno continuato a sostenere le aspirazioni palestinesi; dall’altro, i paesi dell’Europa centrale e orientale hanno teso ad allinearsi più strettamente con Israele e con gli Stati Uniti.

A seguito delle elezioni di Hamas del 2006, la situazione ha subito un peggioramento: l’UE aveva già classificato Hamas come organizzazione terroristica nel 2001¹² e, mostrando una maggiore preoccupazione per la sicurezza di Israele, ha firmato il primo documento in cui Hamas veniva riconosciuta come una minaccia per quest’ultimo¹³. Dopo le elezioni di Hamas, le divisioni tra i paesi dell’UE si sono acuite, riproponendo la spaccatura tra i paesi nordici e occidentali, favorevoli alle aspirazioni palestinesi, e i paesi centrali ed orientali, maggiormente allineati a Israele e agli USA. Questa divisione interna agli Stati membri dell’UE ha evidenziato le difficoltà nel mantenere una posizione comune europea, traducendosi in un’incapacità di rispondere al conflitto israelo-palestinese.

DAL 2007 AL 7 OTTOBRE 2023

Dopo il 2006, la posizione dell’UE è divenuta più frammentaria e condizionata. Nonostante l’UE abbia continuato a sostenere la soluzione a due Stati, essa ha gradualmente abbandonato le aspirazioni politiche espresse nella Dichiarazione di Venezia. L’azione europea si è concentrata principalmente sull’aiuto economico e sulla gestione delle crisi, anziché su iniziative politiche. Dal 2010, le divisioni tra i paesi europei sono aumentate e azioni come la distinzione e l’etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani sono rimaste più simboliche che pratiche. Tutto ciò dimostra come le azioni europee rimangano divise, rendendo l’UE incapace di agire come attore internazionale unico nella propria politica estera.

Questa marginalizzazione è divenuta ancora più evidente durante la prima presidenza Trump e a seguito degli Accordi di Abramo¹⁴ del 2020, che hanno normalizzato le relazioni tra Israele e altri paesi arabi. La Palestina è stata esclusa dai negoziati e la soluzione a due Stati è passata in secondo piano; in questo contesto l’UE ha faticato a svolgere un ruolo di mediazione, lasciando la guida dei negoziati agli Stati Uniti. Di conseguenza, il sostegno europeo alla soluzione a due Stati è apparso sempre più scollegato dalla realtà sul campo.

La guerra più recente a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, evidenzia ulteriormente i limiti dell’approccio europeo. La percezione che l’Unione Europea ha di se stessa come “potenza buona” differisce dalla realtà¹⁵. L’azione più rilevante intrapresa dall’Europa è stata l’approvazione, nell’aprile 2025, del Programma pluriennale di sostegno globale per la Palestina 2025-2027, del valore di 1,6 miliardi di euro¹⁶. Si tratta del maggiore stanziamento di sostegno europeo destinato all’Autorità Palestinese e al popolo palestinese. Ciononostante, la realtà palestinese rimane complessa: Gaza resta invivibile e la Cisgiordania continua a subire gli ostacoli posti dagli insediamenti della destra, finalizzati a istituire uno Stato di Giudea¹⁷.

Le divisioni in Europa non si riscontrano solo tra i vari paesi, ma anche tra le istituzioni medesime: all’inizio della guerra, la Presidente del Parlamento Europeo e la Presidente della Commissione si sono recate in Israele senza consultare gli Stati membri, senza tuttavia compiere un analogo passo a Gaza¹⁸. Sebbene l’Europa continui a sostenere l’Autorità Palestinese e a fornire aiuti umanitari, le suas azioni risultano insufficienti. Nonostante dichiarazioni successive, come la Dichiarazione di Siviglia¹⁹, abbiano ribadito la necessità di un’azione concreta da parte della comunità internazionale, l’UE resta marginale nei negoziati internazionali²⁰.

Inoltre, la pronuncia della CIG (Corte Internazionale di Giustizia) e il mandato d’arresto per Netanyahu emesso dalla CPI (Corte Penale Internazionale) aprono la strada a progressi giuridici. Ciononostante, l’UE ha incontrato grandi difficoltà nel tradurre tali progressi legali in azioni concrete. I limiti europei dipendono da vari fattori strutturali: in primo luogo la regola dell’unanimità, unita alle differenti visioni tra gli Stati membri; in secondo luogo, la dipendenza strategica dagli Stati Uniti evidenzia le ragioni delle difficoltà dell’UE nell’esercitare il proprio potere normativo ed economico in questo contesto.

LA GENERAZIONE Z E LE PROSPETTIVE FUTURE

Nonostante queste difficoltà, l’Unione Europea può ristabilire il proprio potere. Innanzitutto, è fondamentale considerare i suoi strumenti di potere, quali il potere normativo, l’influenza economica, il ruolo di potenza diplomatica e la sua identità fondata sui diritti umani. Tutti questi elementi sono particolarmente sentiti all’interno della nuova generazione europea, come evidenziato da L. Habash.

Il ruolo delle nuove generazioni è emerso chiaramente con le proteste e le campagne digitali in Europa e nel resto del mondo. Queste iniziative hanno accresciuto la consapevolezza riguardo alla questione palestinese e hanno sfidato la narrativa tradizionale sul conflitto. Inoltre, la nuova generazione dimostra la capacità di tradurre l’impegno morale in azioni politiche, esercitando un’influenza reale sui governi. Di fatto, a seguito delle proteste, paesi come la Francia hanno riconosciuto la Palestina come Stato.

Come evidenziato da L. Habash, i giovani della nuova generazione non sono soltanto coinvolti nei principi cardine europei, ma rappresentano anche un potenziale ponte tra l’attivismo civico e il cambiamento istituzionale. Il loro impegno può trasformare la retorica dell’UE in politiche vincolanti, in particolar modo in ambiti quali il sostegno ai diritti dei palestinesi, il rispetto del diritto internazionale e la pressione sugli Stati membri affinché agiscano in modo coerente.

CONCLUSIONE

In conclusione, questo saggio, basato sulla lezione di L. Habash presso l’Università degli Studi di Torino, evidenzia come il ruolo dell’Europa sulla questione palestinese sia declinato nel corso degli anni. Dopo una fase iniziale in cui l’Europa era meno coinvolta in quanto maggiormente focalizzata sui propri problemi interni, a seguito della guerra dello Yom Kippur essa ha accresciuto il proprio ruolo di mediatore per difendere i diritti palestinesi, inclusa l’autodeterminazione. Successivamente, a seguito della Seconda Intifada e delle elezioni di Hamas, l’Europa si è divisa e il suo ruolo è declinato nuovamente.

L’analisi esposta in questo saggio si è concentrata anche sulla guerra iniziata il 7 ottobre, evidenziando le modalità d’azione attuali e future dell’Europa. L’ultimo tema analizzato dal saggio, ovvero il ruolo della nuova generazione, risulta anch’esso cruciale: è proprio attraverso questa spinta, infatti, che l’UE dovrebbe iniziare a ristabilire il proprio ruolo e la propria influenza nel sistema internazionale in relazione alla questione palestinese.

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