SOMMARIO: 1. COSA SONO I SISTEMI ELETTORALI E PERCHÉ SONO DECISIVI PER LA DEMOCRAZIA – 2. I SISTEMI ELETTORALI MAGGIORITARI: MODELLI, FUNZIONAMENTO ED EFFETTI POLITICI – 3. I SISTEMI ELETTORALI PROPORZIONALI: RAPPRESENTANZA, FORMULE E CORRETTIVI – 4. IL VOTO SINGOLO TRASFERIBILE E LE FORME AVANZATE DI PROPORZIONALITÀ – 5. I SISTEMI ELETTORALI MISTI: MODELLI PARALLELI E COMPENSATIVI – 6. SISTEMI ELETTORALI E SISTEMA DEI PARTITI: GOVERNABILITÀ E RAPPRESENTANZA – 7. LA SCELTA DEL SISTEMA ELETTORALE TRA EQUILIBRIO POLITICO E LEGITTIMAZIONE DEMOCRATICA

ABSTRACT: L’articolo analizza in modo sistematico i principali sistemi elettorali contemporanei — maggioritari, proporzionali e misti — illustrandone il funzionamento tecnico, le formule di traduzione dei voti in seggi e gli effetti sul sistema politico e partitico. Attraverso esempi comparati e riferimenti storici, il contributo evidenzia come la scelta del sistema elettorale incida profondamente sulla rappresentanza democratica e sulla governabilità.

1. COSA SONO I SISTEMI ELETTORALI E PERCHÉ SONO DECISIVI PER LA DEMOCRAZIA

Le elezioni sono lo strumento principale, attraverso il quale, i cittadini possono scegliere i propri rappresentanti negli organi legislativi (Parlamenti, Consigli regionali, provinciali, regionali e comunali) e in alcuni casi anche i titolari degli organi del potere esecutivo e giudiziario (come il Presidente della Repubblica in Francia e i Procuratori distrettuali negli Stati Uniti). I cittadini si organizzano in gruppi autonomi chiamati partiti politici per partecipare alle elezioni ed eleggere i propri rappresentanti, potendo così poi esercitare il potere. I partiti politici sono presenti sia Paesi democratici sia in molti regimi autoritari e totalitari, con però delle profonde differenze: nei primi le elezioni sono libere, ricorrenti e corrette, permettendo ai cittadini di sottrarre il potere con la non rielezione i governanti, nel caso in cui questi non abbiano soddisfatto le loro richieste; nei secondi invece le elezioni non sono né libere né corrette e hanno come unico scopo quello di dare una parvenza di legittimità al governo (non democratico) in carica. Quindi lo scopo primario dei partiti è la conquista del potere e il suo esercizio, e per fare ciò competono alle elezioni tra di loro. 

L’insieme delle norme e delle regole che organizzano la competizione tra i partiti, le modalità di espressione del voto e la traduzione dei voti in seggi sono i sistemi elettorali. Quest’ultimi dividono il territorio di uno Stato in diversi collegi elettorali: l’ampiezza dei collegi è chiamata Magnitudo (M) e rappresenta quindi il numero di rappresentanti da eleggere in un collegio, che possono essere composti da 1 o più candidati; nel primo caso sono chiamati collegi uninominali (un collegio = un candidato, quindi M=1), mentre nel secondo caso sono chiamati collegi plurinominali (un collegio = almeno 2 o più candidati). I diversi sistemi elettorali si differenziano tra di loro in base all’ampiezza del collegio e alla formula elettorale scelta per tradurre i voti in seggi, ma possono essere raggruppati in tre macro-gruppi: maggioritari, proporzionali e misti.

2. I SISTEMI ELETTORALI MAGGIORITARI: MODELLI, FUNZIONAMENTO ED EFFETTI POLITICI

Nei sistemi maggioritari i collegi elettorali possono essere sia uninominali sia plurinominali. Nel primo modello gli elettori possono votare un solo candidato all’interno del proprio collegio e vince il candidato (o la candidata)  che ha ottenuto il maggior numero di voti. Si differenziano fra di loro in due gruppi in base alla soglia di  voti necessaria per poter essere eletti: nel primo, chiamato, plurality, basta la maggioranza relativa (il candidato più votato viene eletto) mentre nell’altro, chiamati majority,  è richiesta la maggioranza assoluta (il candidato deve ottenere il 50% dei voti+1). Quelli del primo gruppo sono i sistemi maggioritari uninominali a turno unico (chiamati anche first-past-the-post), utilizzato dal Regno Unito per eleggere la Camera dei Comuni, ma anche in altri paesi di origine anglosassone come in Canada e in India. 

L’adozione del sistema maggioritario a turno unico ha degli effetti sul sistema partitico: favorisce una competizione bipartitica, con due partiti principali che si alternano al governo e un rapporto diretto tra eletti e cittadini; garantisce stabilità al sistema politico e quindi governabilità, grazie a maggioranze solide formate spesso da un solo partito, il cui leader assume dopo la vittoria elettorale la guida del governo (la leadership di partito è collegata alla premiership); tende a marginalizzare i partiti più piccoli e le minoranze, spingendo anche le persone a non votare per il loro candidato preferito, ma per quello che, più vicino alle loro preferenze, potrebbe sconfiggere il candidato più lontano dalle loro preferenze, influenzando quindi i cittadini a votare strategicamente per non disperdere i voti.

Nei sistemi majority per vincere è invece necessario, come scritto prima, ottenere la maggioranza assoluta dei voti e esistono due modelli: il sistema maggioritario uninominale  a doppio turno e il sistema del voto alternativo. I sistemi a doppio turno si contraddistinguono per tenere una seconda tornata elettorale nel caso in cui nessun candidato in un collegio abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Possono essere chiusi (majority-run-off) o aperti (majority-plurality). Si differenziano per la quantità di candidati che possono accedere al secondo turno: nel primo soltanto i due candidati più votati possono accedere, mentre nel secondo possono accedere tutti coloro che superano una certa soglia elettorale di voti, stabilita dalla legge elettorale vigente. La Francia adotta il sistema a doppio turno chiuso per eleggere il Presidente della Repubblica mentre adotta quello aperto per eleggere l’Assemblea Nazionale (la camera bassa del Parlamento francese); infatti possono accedere al ballottaggio nelle elezioni legislative tutti i candidati che ottengono almeno il 12,5% dei voti. In Francia, soprattutto negli ultimi tempi, è capitato spesso che i ballottaggi fossero tra tre candidati (chiamati per questo triangolari) o a quattro candidati (detti quadrangolari). Il sistema a doppio turno permette ai cittadini di votare in maniera sincera al primo turno, scegliendo il candidato più affine a loro, per poi votare strategicamente al secondo turno,  valutando la forza e il radicamento dei candidati e dei loro partiti, insieme al loro promuovere alleanze con gli altri partiti attraverso desistenze (ritiro di un candidato al secondo turno per favore un altro candidato più vicino alle proprie posizioni e più favorito a sconfiggere un terzo candidato, avversario di entrambi). Il sistema a doppio turno favorisce un sistema multipartitico “limitato”, riducendo il numero dei partiti rispetto ad un sistema proporzionale, ma non fino al punto di arrivare ad avere soltanto due partiti principali come nel sistema maggioritario a turno unico. Il sistema a doppio turno majority-run-off è utilizzato per eleggere gran parte dei Presidenti della  Repubblica nelle forme di governo repubblicane (presidenziali, semi-presidenziali e parlamentari).  Soltanto in Europa è adoperato da Francia, Islanda, Irlanda, Portogallo, Austria, Slovenia, Slovacchia, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Lituania, Finlandia, Russia, Ucraina, Moldavia, Romania, Serbia, Macedonia del Nord, Montenegro e Bulgaria. 

L’altro modello di sistema majority è quello del voto alternativo. Gli elettori possono numerare in base alle loro preferenze tutti i candidati presenti sulla scheda elettorale, da quello più vicino alle loro preferenze a quello più distante. Se un candidato ottiene il 50%+1 delle prime preferenze, viene eletto. Se non succede, il candidato arrivato per ultimo nelle prime preferenze viene eliminato e le schede in cui è stato classificato per primo vengono redistribuite tra gli altri candidati in base alle loro seconde preferenze, espresse sulla stessa scheda. Il processo viene ripetuto fino a quando un candidato non ottiene la maggioranza assoluta dei voti. Esistono due modelli del sistema di voto alternativo: nel primo i cittadini sono obbligati, pena la nullità del voto, a ordinare tutti i candidati presenti sulla scheda elettorale (chiamato per questo totalmente ordinale); nel secondo non vi è l’obbligo e quindi un candidato può essere eletto con una maggioranza relativa (parzialmente ordinale). Questo sistema disincentiva il voto strategico, visto che i cittadini possono esprimere le loro preferenze su tutti i candidati, e sprona i partiti alla moderazione, per ottenere la maggior parte delle seconde e delle terze preferenze. Questo sistema elettorale è utilizzato per eleggere la camera bassa del Parlamento in Australia.

I sistemi maggioritari plurinominali funzionano come i sistemi elettorali uninominali, con la differenza che, invece di avere un solo candidato per collegio, sono organizzati in collegi con 2 o più candidati. Possono essere sia a turno unico sia a doppio turno: in entrambi i casi il partito vincitore otterrà tutti i seggi di quel collegio elettorale. Questo sistema non più impiegato in gran parte dei Paesi del mondo (democratici e non democratici) con l’eccezione degli Stati Uniti, dove viene impiegato per eleggere i Grandi elettori durante le elezioni presidenziali americane, che poi eleggeranno a loro volta il Presidente degli Stati Uniti. Ogni Stato dispone di una certa quantità di grandi elettori che vengono assegnati in blocco, a seconda delle modalità stabilite dalla legge elettorale, al partito più votato, quasi sempre ai Democratici o ai Repubblicani.

3. I SISTEMI ELETTORALI PROPORZIONALI: RAPPRESENTANZA, FORMULE E CORRETTIVI

I sistemi proporzionali sono organizzati in collegi plurinominali e favoriscono una maggiore “proporzionalità” tra i voti e i seggi. Si differenziano tra di loro in primis per l’ampiezza dei collegi: alcuni Paesi adottano tutto il loro territorio nazionale come unico collegio elettorale (i Paesi Bassi) mentre altri suddividono il proprio territorio in diversi collegi (Italia e Spagna). Si differenziano anche fra di loro in base a come le persone possono esprimere le proprie preferenze per le candidate e per i candidati nei collegi, seguendo due modelli distinti: i sistemi di lista e sistemi a voto singolo trasferibile. Nel primo ciascun partito presenta una lista di candidati in ogni collegio elettorale e, dopo il voto, ottiene un numero di seggi in proporzione alla percentuale di voti ottenuta. Le liste di partito possono essere liste chiuse, liste aperte e liste libere. Nelle prime gli elettori non possono esprimere nessuna preferenza per nessun candidato e si viene eletti seguendo l’ordine della lista (le cosiddette liste bloccate); la lista quindi è stabilita dai leader di partito e scoraggia la competizione all’interno del partito per ottenere le preferenze. Nelle seconde gli elettori possono esprimere una, due o più preferenze, favorendo quindi il loro potere rispetto a quello dei leader di partito e  anche la competizione intrapartitica (dentro al partito). Nelle terze gli elettori possono esprimere più voti all’interno di una singola lista o in liste di partito diverse. È quindi possibile sia la cumulazione dei voti, cioè la possibilità di dare più di un voto a un singolo candidato, sia di votare per i candidati di diverse liste di partito. I seggi sono assegnati prima a ciascun partito in proporzione al numero totale di voti, e poi attribuiti ai candidati che ottengono il maggior numero di voti. 

Per calcolare il numero dei seggi esistono due metodi: quello delle quote e quello dei divisori. Nel primo viene stabilita una quota di voti necessaria per ottenere un seggio in un determinato collegio elettorale e per calcolarla si divide il numero di voti validi in ciascun collegio per (in ordine di maggior proporzionalità)

  1. Il numero di rappresentanti da eleggere (quoziente di Hare)
  2. Il numero di rappresentanti da eleggere più uno (quoziente Droop)
  3. Il numero di rappresentanti da eleggere più due (quoziente imperiali)
  4. Il numero di rappresentanti da eleggere più tre (quoziente imperiale rafforzato)

Una volta calcolata la quota si divide il numero di voti di ciascun partito per quella quota: la parte intera della divisione rappresenta i seggi che spettano a ciascun partito. I seggi residui sono attribuiti ai partiti che hanno dei resti. Nei sistemi proporzionali di lista che applicano i divisori, il numero totale di voti ottenuti da ciascun collegio sono assegnati ai partiti che ottengono i quozienti più elevati. Il sistema del divisore ha come effetto quello di non generare alcun resto. Le serie di divisioni più comuni (partendo dai più proporzionali) sono:

  1. Sainte Lague (1,3,5,7,9…)
  2. Sainte Lague modificata (1,4,3,5,7,9…)
  3. D’Hondt (1,2,3,4…)

Il sistema proporzionale non garantisce quasi mai che un partito riesca ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in un organo legislativo, favorendo un sistema multipartitico, portando quindi ad una maggiore instabilità dei governi, soprattutto quando quest’ultimi necessitano del sostegno (la fiducia) del Parlamento per poter restare in carica. Per limitare il multipartitismo estremo sono stati ideati due strumenti: il premio di maggioranza e le soglie di sbarramento. Il primo è l’assegnazione di una certa quantità di seggi al partito o alla coalizione (a seconda di cosa stabilisca la legge elettorale) che ottiene una certa quantità di voti. L’Italia ha avuto quattro leggi elettorali che contenevano il premio di maggioranza: la prima del 1923, chiamata Legge Acerbo, (su iniziativa del deputato del PNF Gaetano Acerbo) prevedeva l’assegnazione di 2/3 dei seggi della Camera dei Deputati al partito più votato, qualora avesse ottenuto il 25% dei voti validi; la seconda del 1953 (voluta da Alcide de Gasperi), chiamata La legge truffa, garantiva un premio del 65% dei seggi al partito che avesse ottenuto almeno il 50% dei voti validi; la terza del 2005, chiamata Porcellum, (su iniziativa del ministro della Lega Roberto Calderoli) garantiva un premio di maggioranza di 340 seggi su 630 seggi della Camera dei Deputati al partito più votato; infine la legge del 2015, detta Italicum, che stabiliva un premio di maggioranza di 340 seggi al partito che avesse ottenuto il 40% dei voti.  Le soglie di sbarramento sono invece percentuali minime di voto che un partito deve ottenere per poter poi accedere alla ripartizione dei seggi. Sono presenti sia nei sistemi proporzionali, ma anche nei sistemi maggioritari uninominali a doppio turno aperti, come scritto prima in Francia, dove la soglia per poter accedere al ballottaggio per le elezioni legislative è il 12,5% dei voti validi. 

4. IL VOTO SINGOLO TRASFERIBILE E LE FORME AVANZATE DI PROPORZIONALITÀ

L’altro modello di sistema proporzionale è il voto singolo trasferibile. Quest’ultimo non utilizza le liste di partito, ma come il sistema maggioritario uninominale del voto alternativo, utilizza invece un sistema di voto ordinale: i cittadini devono numerare i candidati (anche appartenenti a partiti diversi) in ordine di preferenza. I candidati che superano una determinata quota di prime preferenze vengono immediatamente eletti. Nel caso in cui i candidati eletti subito siano inferiori ai seggi attribuiti a quel collegio, si elimina il candidato che ha ottenuto il minor numero di preferenze e i suoi voti, insieme a quelli ottenuti in eccedenza da altri candidati già eletti, vengono poi distribuiti secondo le successive preferenze ai candidati rimanenti, finché non si assegnano tutti i seggi. Questo sistema elettorale è utilizzato per eleggere la Dáil Éireann, la camera bassa del Parlamento irlandese. 

5. I SISTEMI ELETTORALI MISTI: MODELLI PARALLELI E COMPENSATIVI

I sistemi misti sono sistemi elettorali composti da una quota proporzionale e da una quota maggioritaria. Sono utilizzati nel tentativo di poter trarre gli aspetti positivi degli altri due sistemi elettorali: una rappresentanza più equa insieme ad una solida maggioranza. I sistemi misti possono essere di due tipi: Indipendenti (detti anche paralleli o non compensativi), quando il calcolo delle due quote (quella proporzionale e quella maggioritaria) non si influenzano a vicenda, e Dipendenti (detti anche compensativi) quando il calcolo della quota proporzionale dipende da quella maggioritaria. Nei sistemi misti i cittadini spesso hanno due voti, uno per il candidato nel collegio uninominale e uno per la lista di partito. 

Il primo modello è adottato dal Giappone per l’elezione della camera bassa della Dieta Nazionale (il Parlamento giapponese): la Camera dei Rappresentanti  è composta da 465 membri, 289 dei quali sono eletti in circoscrizioni uninominali con il sistema maggioritario a turno unico, mentre i restanti 176 sono eletti in undici collegi plurinominali con il sistema proporzionale di lista. 

6. SISTEMI ELETTORALI E SISTEMA DEI PARTITI: GOVERNABILITÀ E RAPPRESENTANZA

Il secondo modello è invece stato adottato dall’Italia in due diversi momenti storici: la prima volta con la legge del 1993, chiamata Mattarellum, (a prima firma dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella) prevedeva che il 75% dei seggi di ciascuna Camera venissero assegnati con il sistema maggioritario uninominale a turno unico, mentre il restante 25% dei seggi era assegnato con il sistema proporzionale (alla Camera dei Deputati era prevista una soglia di sbarramento fissata al 4%); la seconda volta con la legge del 2017, l’attuale legge elettorale Rosatellum (su iniziativa del deputato Ettore Rosato) prevedeva che il 37% dei seggi venisse assegnato con il sistema maggioritario uninominale a turno unico, 61% dei seggi eletti con il sistema proporzionale di lista bloccato (nessuna preferenza) con una serie di soglie di sbarramento diverse a seconda dei casi, ed infine 2% dei seggi per i cittadini italiani all’estero assegnati con il sistema proporzionale, ma senza liste bloccate. 

7. LA SCELTA DEL SISTEMA ELETTORALE TRA EQUILIBRIO POLITICO E LEGITTIMAZIONE DEMOCRATICA

Attraverso questo articolo si è  cercato di fare comprendere alle lettrici e ai lettori come la scelta del sistema elettorale da adottare non sia affatto una scelta semplice, perché potrebbe mutare completamente gli equilibri politici all’interno del proprio Paese. Non esiste un sistema elettorale perfetto, perché ognuno di essi presenta dei vantaggi e degli svantaggi e sta alle persone decidere, sulla base delle loro priorità, decidere quale sia il sistema più adatto. 

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  2. Daniele Caramani, edizione italiana a cura di Luciano M. Fasano, Nicola Pasini e Marta 
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  4. Frosini Tommaso Edoardo, “Le forme di governo e i sistemi elettorali” in Diritto 
  5. Pubblico Comparato: Le democrazie Stabilizzate di Tommaso Edoardo Frosini, Il Mulino, 
  6. Bologna 2022 (II edizione), pagine 133-151. 

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