Diritto costituzionale

LEGGI ELETTORALI IN ITALIA: DAL PROPORZIONALE DELLA PRIMA REPUBBLICA AL ROSATELLUM (1946–OGGI)

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ABSTRACT: L’articolo analizza in modo sistematico la storia dei sistemi elettorali adottati in Italia dall’Assemblea Costituente nel 1946 fino al giorno d’oggi, illustrandone il funzionamento tecnico, le formule di traduzione dei voti in seggi e gli effetti sul sistema politico e partitico. Attraverso la spiegazione di come si è giunti a ciascuna riforma elettorale, il contributo evidenzia come la scelta del sistema elettorale abbia inciso profondamente sulla rappresentanza democratica e sulla governabilità in Italia.

SOMMARIO: 1. LA LEGGE ELETTORALE DELLA PRIMA REPUBBLICA – 2. LA LEGGE TRUFFA – 3. LA LEGGE MATTARELLA – 4. LA LEGGE CALDEROLI – 5. L’ ITALICUM – 6. LA LEGGE ROSATO – 7. CONCLUSIONI

1. LA LEGGE ELETTORALE DELLA PRIMA REPUBBLICA

Nel 1946 la Consulta Nazionale (l’assemblea provvisoria del Regno d’Italia istituita nel 1945 per rappresentare le diverse forze politiche fino a quando non si sarebbero tenute nuove elezioni, al termine della Seconda Guerra Mondiale), approvò una nuova legge elettorale per l’elezione dell’Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto elaborare la nuova Costituzione. La scelta ricadde sul sistema proporzionale, dopo un acceso dibattito tra la classe dirigente pre-fascista, che riteneva il proporzionale responsabile del crollo della democrazia e dell’ascesa al potere del fascismo in Italia, mentre i leader dei partiti antifascisti (DC, PCI e PSI), vedevano nel sistema proporzionale la garanzia di restituire il potere di governare ai partiti. La legge elettorale utilizzata per l’Assemblea Costituente, venne poi utilizzata per la Camera dei Deputati dal 1948: il territorio nazionale diviso in 31 circoscrizioni plurinominali (32 dal 1958 con il ritorno di Trieste all’Italia) utilizzando il quoziente Imperiali rafforzato (modificato poi nel 1956 con quello Imperiali), per calcolare i seggi e i resti venivano attribuiti attraverso un unico collegio nazionale ai partiti che avevano già ottenuto un seggio (dal 1956 un seggio e almeno 300.000 voti). I cittadini avevano la possibilità di esprimere 3 preferenze per le circoscrizioni composte da massimo 15 deputati, mentre per quelle maggiori avevano 4 preferenze. La nuova Costituzione repubblicana introdusse l’elezione diretta del Senato, adottando un sistema maggioritario uninominale a turno unico su base regionale. I senatori vennero redistribuiti tra le 20 regioni italiane, ciascuna suddivisa in diversi collegi uninominali (le regioni più popolose eleggevano più senatori) e veniva eletto il candidato che otteneva il 65% dei voti: vista questa soglia molto alta, era molto difficile che venisse raggiunta perciò i seggi non assegnati venivano raggruppati con la formula d’Hondt, in un’unica circoscrizione nazionale a gruppi di candidati collegati tra di loro, finendo quindi per utilizzare un sistema proporzionale. Il numero di deputati e senatori aumentò progressivamente nel corso degli anni: nel 1948 (I legislatura) 574 deputati e 237 senatori; nel 1953 (II legislatura) 590 deputati e 237 senatori; nel 1958 (III legislatura) 596 deputati e 246 senatori; infine nel 1963 (IV legislatura) 630 deputati e 315 senatori. La riforma costituzionale del 1963 fissò il numero definitivo dei membri del Parlamento e equiparò il mandato del Senato con quello della Camera: nel testo originale della Costituzione la camera alta aveva un mandato di 6 anni, uno in più rispetto a quello della camera bassa, ma per due volte (nel 1953 e nel 1958)  era stata sciolta anticipatamente dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Questa fu la prima legge elettorale che riconobbe il suffragio universale a tutti gli italiani,  sia ai cittadini sia alle cittadine, a partire dal compimento della maggiore età (21 anni).  Nel 1946 alle elezioni per l’Assemblea Costituente la Democrazia Cristiana ottenne il 35,21% dei voti (207/556) diventando la prima forza politica, seguita dal il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, che ottenne il 20,68% dei voti (115/556) e dal Partito Comunista Italiano, che ottenne il 18,93% dei voti (104/556). Il sistema proporzionale finì per non alterare di molto nel corso del tempo i rapporti tra i diversi partiti, favorendo invece la competizione all’interno dei partiti: il voto di preferenza alla Camera provocava un’accesa competizione tra le diversi correnti dei partiti, soprattutto all’interno della Democrazia Cristiana. Questa legge elettorale rimase in vigore fino al 1993, quando una serie di eventi portarono alla fine del sistema politico italiano della Prima Repubblica e alla nascita di quello della Seconda Repubblica, che si caratterizzò per un diverso sistema elettorale.

2. LA LEGGE TRUFFA

Dal 14 luglio 1946 ai primi mesi del 1953, nell’arco di 8 anni, si succedettero ben 6 governi, tutti guidati dal leader democristiano Alcide De Gasperi, segno di una forte frammentazione partitica e di poca stabilità, ma anche per influenze esterne. Nel 1947 infatti, i partiti comunisti in Italia, Francia, Belgio e Lussemburgo vennero esclusi dai governi per via della forte pressione esercitata dagli Stati Uniti d’America di Henry S. Truman, dando inizio alla Guerra Fredda nell’Europa Occidentale. Nel caso italiano, oltre al PCI, anche il Partito Socialista Italiano venne escluso, per via della decisione del suo segretario Pietro Nenni di mantenere l’alleanza con i comunisti, ma non tutti i socialisti furono d’accordo: alcuni, fra cui Giuseppe Saragat (poi Presidente della Repubblica) decisero di uscire dal partito e di fondarne uno nuovo, il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (che sarebbe poi divenuto il Partito Socialista Democratico Italiano), continuando a voler far parte della maggioranza parlamentare a sostegno di De Gasperi. Nel 1948 si tennero le elezioni per la prima legislatura della Repubblica (con un’affluenza attestata al 92%) e la DC riuscì ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi sia alla Camera (305 su 574) sia al Senato (131 su 237), caso unico nella storia repubblicana italiana, soprattutto perché venne adoperato un sistema elettorale proporzionale, noto per non garantire spesso delle maggioranze stabili. Nonostante potesse formare un governo monocolore, De Gasperi decise di continuare a governare assieme ai repubblicani, ai liberali e ai socialisti democratici, anche se i secondi decisero di uscire dalla coalizione nel 1950 (dimissioni del Governo De Gasperi V) mentre i terzi nel luglio del 1951 (dimissioni del Governo De Gasperi VI). Il Presidente del Consiglio, convinto che una democrazia fosse forte quando le istituzioni democratiche sono solide rispetto ai partiti (che possono formarsi e sciogliersi), e che il fascismo avesse raggiunto il potere proprio a causa anche della scarsa stabilità dei governi di allora, decise di riformare la legge elettorale. Venne proposto di introdurre un premio di maggioranza del 65% dei seggi alla lista o al gruppo di liste che avesse superato il 50% dei voti validi. Le opposizioni fecero ostruzionismo, tentando di impedire l’approvazione della nuova legge, portando De Gasperi a porre la fiducia, e ottenne così il voto favorevole del Parlamento. La DC venne accusata di voler truccare le elezioni con il premio di maggioranza e per questo la legge venne chiamata Legge Truffa. Non è tuttavia chiaro chi l’abbia chiamata in questo modo per prima/o: potrebbero essere stato lo stesso proponente della legge, il ministro dell’interno Mario Scelba (DC), che disse, secondo il giornalista Indro Montanelli: “L’idea è buona, ma se noi proponiamo una simile legge questa legge sarà chiamata “truffa” e noi saremo chiamati “truffatori”. 

La DC si alleò con il PRI, il PLI e il PSDI nel tentativo di sommare i voti e così riuscire ad ottenere il premio alle elezioni legislative del 1953, tuttavia per pochi voti, non riuscì a raggiungere il 50% dei voti validi: la coalizione centrista ottenne il 49,2% dei voti validi. De Gasperi formò il suo ottavo governo, formato solo da esponenti del proprio partito, ma non ottenne la fiducia da parte della Camera e così rassegnò le dimissioni: votarono a favore i democristiani; contro i comunisti, i socialisti, i monarchici e missini; si astennero liberali, socialisti democratici e repubblicani. Il premio venne abolito e si ritornò alla precedente legge elettorale, fino alle elezioni legislative del 1994. 

3. LA LEGGE MATTARELLA

Nel corso dei decenni in Italia si era instaurato un sistema democratico privo di alternanza politica e con due costanti: la DC sempre al governo e il PCI sempre all’opposizione. La situazione era parzialmente mutata quando prima Giovanni Spadolini del PRI (nel 1981) e poi Bettino Craxi del PSI (nel 1983) assunsero la Presidenza del Consiglio dei Ministri, dopo 35 anni di governi con a capo un esponente democristiano (dal 1946). Benché entrambi avessero sostenuto la necessità di rinnovare le istituzioni italiane, anche attraverso un cambiamento della legge elettorale, alla luce anche dei recenti eventi internazionali (la Guerra Fredda stava giungendo al termine con la vittoria degli USA e la prossima disgregazione del Blocco Sovietico), ma alla fine nulla si concretizzò. In questo clima nel gennaio del 1988 il deputato democristiano Mariotto Segni insieme a Carlo Bo (fondatore della IULM), Umberto Agnelli, Luca Cordero di Montezemolo, Rita Levi-Montalcini (Premio Nobel per la Medicina nel 1986), Giuseppe Tamburrano, Antonio Zichichi e ad altri esponenti della società italiana lanciò il Manifesto dei 31, che chiedeva l’introduzione del sistema maggioritario uninominale a doppio turno ispirandosi al modello delle elezioni legislative francesi. Il Manifesto divenne presto il Movimento per la Riforma Elettorale, al quale aderirono 130 personalità di spicco della politica e del mondo accademico italiano. Dopo aver pensato in un primo momento di presentare una legge di iniziativa popolare, si decise di utilizzare lo strumento del referendum abrogativo per modificare la legge elettorale vigente. Il primo di febbraio Segni presentò insieme ad altri il quesito referendario alla Corte di Cassazione chiedendo che venisse abolita la soglia del 65% dei voti per essere eletti, arrivando così ad introdurre un classico sistema maggioritario a turno unico.  Venne anche presentato un secondo quesito poco dopo, che voleva ridurre le preferenze per la Camera da 3/4 a una, per ridurre il potere dei capicorrente e obbligare i candidati a competere ancora di più e in prima persona per l’unica preferenza che l’elettore poteva esprimere (Pasquino 1993). Nel giro di quattro mesi vennero raccolte le firme necessarie per ottenere i referendum. A favore dell’iniziativa di Segni si schierarono Marco Pannella dei Radicali, Ciriaco De Mita (Presidente della DC), esponenti del PDS vicini al segretario Achille Occhetto e una parte dei liberali, mentre contro vi era in primis Bettino Craxi. Il Governo, guidato da Giulio Andreotti, fece ricorso alla Corte Costituzionale, che bocciò il primo quesito mentre ammise il secondo per la preferenza unica alla Camera.  Il 9 giugno 1991 si svolse il referendum abrogativo, vinto dal Sì con il 95,57% dei voti. Il quesito per la riforma della legge elettorale del Senato venne ammesso due anni dopo, e nel 1993 si tenne un secondo referendum, anche questo vinto dal Sì. A seguito del voto del secondo referendum, il Parlamento approvò una nuova legge elettorale, presentata dal deputato Sergio Mattarella (ora Presidente della Repubblica), che prevedeva un sistema misto: il 75% dei seggi assegnato con il sistema maggioritario mentre il restante 25% con il sistema proporzionale.  Il territorio nazionale venne suddiviso in 475 collegi uninominali per la Camera e in 232 per il Senato, attribuiti con il sistema maggioritario a turno unico: il candidato che otteneva più voti veniva eletto. Nessun candidato poteva presentarsi in più di un collegio. I seggi rimanenti erano assegnati con il metodo proporzionale, ma con meccanismi diversi fra i due rami del Parlamento. I restanti 155 seggi della Camera erano distribuiti in 26 circoscrizioni plurinominali e ciascun elettore disponeva di una scheda elettorale separata da quella maggioritaria, con la quale poteva votare una delle liste presenti nella propria circoscrizione, senza tuttavia poter esprimere alcun voto di preferenza (le liste erano chiuse, dette anche liste bloccate). Per poter accedere alla ripartizione dei seggi a livello nazionale era necessario superare la soglia di sbarramento del 4% dei voti. I voti poi erano calcolati utilizzando il sistema di Hare e dei resti più alti. Era previsto anche un meccanismo particolare, definito scorporo parziale: tutti i candidati nei collegi uninominali erano tenuti a dichiarare il collegamento ad una o più liste del proporzionale e al momento del calcolo dei voti per la parte proporzionale venivano sottratti (scorporati) alle liste collegate ai candidati vincenti nei collegi uninominali tanti voti quanti erano quelli secondo classificato, più uno. Se la lista collegata fosse stata una sola, i voti erano sottratti dalla somma dei voti che quella lista aveva ottenuto nel collegio unico nazionale, mente caso fossero state 2 o più, per ciascuna di esse lo scorporo avveniva in proporzione ai voti che le diverse liste avevano raccolto nel collegio uninominale in cui il candidato, al quale erano legate, era risultato eletto. Una volta calcolati il numero dei seggi della parte proporzionale assegnati a ciascuna lista in ogni circoscrizione erano proclamati eletti i candidati seguendo l’ordine di composizione della lista. 

Per quanto riguarda il Senato ciascuna regione costituiva una circoscrizione plurinominale, nella quale venivano eletti i restanti 83 senatori della parte proporzionale. Tutti i candidati nei collegi uninominali dovevano dichiarare l’appartenenza a un gruppo di candidati. Dopo la proclamazione dei candidati nei collegi uninominali,  venivano sommati tutti i voti dei candidati sconfitti appartenenti al medesimo gruppo e  venivano poi calcolati i seggi utilizzando il metodo d’Hondt. All’interno di ogni gruppo erano proclamati eletti i candidati che nei collegi uninominali avevano ottenuto i migliori risultati. Per via della sua natura mista, la legge Mattarella venne da Giovanni Sartori, politologo e padre della Scienza Politica in Italia, Mattarellum. La nuova legge non venne accolta con favore da Marco Pannella, perché la presenza della quota proporzionale non rispettava la volontà popolare espressa dai referendum abrogativi. Il 18 aprile 1999 si tenne un referendum, promosso dalla coalizione di centro-sinistra L’Ulivo, per l’abolizione della quota proporzionale della legge elettorale. Nonostante avessero votato a favore il 91,5% dei votanti, si recò alle urne solamente il 49,58% degli aventi diritto, perciò non venne raggiunto per poco il quorum del 50%, necessario per rendere il referendum valido. Romano Prodi ha commentato questa vicenda nella propria autobiografia Strana Vita La Mia, affermando: Quale lezione dovevamo trarre? Che la nostra democrazia sarebbe rimasta fragile, incapace di prendere le decisioni necessarie per il futuro dell’Italia. I sistemi democratici si fondano sulla semplice regola che i cittadini vanno a votare per dare vita ad un governo che deve rimanere in carica per l’intera legislatura. Una durata che permette di prendere le necessarie decisioni, spesso spiacevoli, soprattutto nella prima parte del mandato, e goderne possibilmente gli effetti positivi prima delle elezioni successive. Una regola di fatto mai rispettata in oltre settantacinque anni di vita della nostra democrazia. Nessuna riforma risultata possibile in un sistema con un Parlamento che, sempre in punto di morte, non permette al governo di governare. Prima di pensare alle riforme da fare, occorre pensare allo strumento che le renda possibili: un sistema elettorale maggioritario che obblighi i partiti a costruire coalizioni chiare prima delle elezioni e le renda stabili dopo le elezioni. Un sistema non finalizzato a fotografare il Paese, come accade per il proporzionale, ma a produrre un governo duraturo

Il Mattarellum venne impiegato per tre elezioni legislative: nel 1994 (vittoria del Popolo delle Libertà e del Buon Governo di Silvio Berlusconi); nel 1996 (vittoria dell’Ulivo di Romano Prodi) e nel 2001 (vittoria della Casa delle Libertà di Silvio Berlusconi). Influenzò il sistema partitico italiano, che da multipartitico estremo polarizzato divenne un sistema bipolare, caratterizzato dalla presenza di due grandi coalizioni, una di centro-destra e una di centro-sinistra, che si sono alternate alla guida del governo italiano. Il Governo Berlusconi II, in carica dal 2001 al 2005, è tuttora il governo democratico che è rimasto in carica più a lungo nella storia italiana (escludendo il governo autoritario di Mussolini). Il Mattarellum venne abrogato nel corso della XIV legislatura e sostituito da una nuova legge elettorale, collegata alla Riforma della Parte II della Costituzione, promossa dalla maggioranza di centro-destra.

4. LA LEGGE CALDEROLI

Nel 2005 venne approvata una Riforma della Parte II della Costituzione, che andava a modificare i poteri del Parlamento, del Presidente della Repubblica, del Governo, della Magistratura e delle autonomie locali. In particolare veniva introdotto il Premierato: il Presidente del Consiglio dei Ministri sarebbe stato sostituito dal Primo Ministro, che avrebbe avuto il potere di nominare e revocare i ministri, di determinare la politica del governo (e non più di coordinare l’attività tra i diversi ministri), di sciogliere la Camera dei Deputati e sarebbe potuto essere sfiduciato solo la sua stessa maggioranza avrebbe espresso un nuovo Primo Ministro. Il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto nominare il Primo Ministro sulla base dei risultati elettorali, e non più a propria discrezione. La proposta di riforma costituzionale dei Governi Berlusconi II-III è molto simile (se non quasi identica in alcuni aspetti) alla proposta di riforma costituzionale dell’attuale Governo Meloni (entrambi appartenenti alla medesima area politica, la coalizione di centro-destra). Venne quindi abrogata la Legge Mattarella e sostituita dalla nuova legge elettorale  presentata dal Ministro per le Riforme Istituzionali Roberto Calderoli, esponente della Lega Nord, e per questo chiamata Legge Calderoli.  Il sistema misto del Mattarellum venne sostituito da un sistema proporzionale di lista con premio di maggioranza: per la Camera il territorio nazionale venne suddiviso in 26 circoscrizioni plurinominali e i seggi venivano prima distribuiti a livello nazionale utilizzando il metodo Hare e dei resti più alti ai partiti e alle coalizioni che superavano determinate soglie di sbarramento: il 10% dei voti validi per le coalizioni di cui almeno una lista avesse ottenuto il 2% dei voti; il 4% dei voti validi per i partiti non coalizzati e per i partiti in coalizioni che non avessero raggiunto la soglia del 10%. La coalizione o il partito più votato a livello nazionale otteneva un premio di maggioranza di 340 seggi su 630. Anche al Senato venne introdotto il medesimo sistema proporzionale, ma essendo eletto su base regionale, le soglie di sbarramento e i premi di maggioranza sarebbero stati applicati a livello regionale: il 20% dei voti validi era la soglia di sbarramento per le coalizioni, di cui almeno una lista avesse ottenuto il 3% dei voti, mentre l’8% era per tutti i partiti singoli e per le coalizioni che non avessero raggiunto la soglia del 20%. La coalizione o il partito più votato avrebbe ottenuto un premio di maggioranza a livello regionale, che le avrebbe assegnato il 55% dei seggi. Infine le coalizioni e i partiti avrebbero dovuto presentare un proprio programma e un proprio capo politico (nel caso delle coalizioni sarebbe stato indicato come capo coalizione). Questo aspetto della legge elettorale venne fin da subito ritenuto incostituzionale, perché andava a ledere i poteri del Presidente della Repubblica, al quale spettava la nomina del Presidente del Consiglio. Come scritto prima, la riforma elettorale era collegata alla riforma costituzionale, che avrebbe modificato i rapporti tra il Capo dello Stato e il Capo di Governo, ma quest’ultima venne respinta dagli italiani il 26 giugno 2006: votarono per il No il 61,29% del 52,46% degli aventi diritto che si recò alle urne. Tuttavia La legge Calderoli ebbe come effetto quello di generare nell’opinione pubblica e anche nella classe dirigente politica italiana, che il capo del partito (o della coalizione) uscito vincitore dalle elezioni avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di capo del governo (la leadership collegata alla premiership). Per questo motivo qualunque governo nato durante una legislatura e che non era sostenuto dalla stessa maggioranza che aveva vinto le elezioni iniziò ad essere accusato di essere “illegittimo” (come il Governo Monti e il Governo Renzi), anche se rispettava interamente il testo costituzionale.

La Legge Calderoli fu fortemente voluta da Silvio Berlusconi, che minacciò una crisi di governo nel caso in cui non fosse stata approvata la riforma elettorale in senso proporzionale. Venne definita “una porcata” durante una trasmissione televisiva dallo stesso Calderoli e per questo ribattezzata Porcellum dal politologo Giovanni Sartori. La legge fu criticata fortemente per via delle diverse modalità con cui veniva assegnato il premio di maggioranza alla Camera e al Senato, che avrebbe potuto portare ad avere maggioranze diverse nei due rami del Parlamento (scenario che si realizzò nel 2013 quando la coalizione di CSX Italia Bene Comune ottenne il premio per la Camera, mentre al Senato la maggioranza relativa era detenuta dal Popolo della Libertà, nato dalla fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale), e per le liste chiuse (nonché lunghe), che non permettevano ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. La Legge Calderoli venne adoperata per tre elezioni legislative: nel 2006 (vittoria della coalizione di centro-sinistra L’Unione di Romano Prodi); nel 2008 (vittoria del partito di centrodestra Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi) e nel 2013 (vittoria della coalizione di centro-sinistra Italia Bene Comune di Pier Luigi Bersani). All’inizio del dicembre del 2013 la Corte Costituzionale si espressa sulla costituzionalità della Legge Calderoli, sostenendo che fosse incostituzionale perché non prevedeva una soglia di accesso per l’assegnazione del premio di maggioranza e per le liste lunghe e chiuse, che impedivano ai cittadini di esprimere il proprio voto di preferenza. Annullò così il premio di maggioranza e introdusse un voto di preferenza. La Legge Calderoli venne così ribattezza Consultellum, dal nome del Palazzo della Consulta dove ha sede la Corte Costituzionale. Si aprì dunque una lunga discussione tra i partiti su quale legge elettorale adottare. Il Partito Democratico (forza politica di centro-sinistra nata dall’Ulivo) propose l’adozione di un sistema maggioritario uninominale con eventuale doppio turno per i membri della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, che avrebbe ridotto la frammentazione partitica e aumentato il potere decisionale dei cittadini, potendo votare due volte. Il Popolo della Libertà, anche dopo essersi diviso tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Nuovo Centrodestra, era contrario a questa proposta e si giunse così ad un compromesso con una nuova legge elettorale nel 2015. 

5. L’ITALICUM

Matteo Renzi, dopo aver assunto vinto le primarie del PD ed essere stato eletto nuovo segretario del partito, pubblicò il 2 gennaio 2014 sul proprio sito web tre proposte di riforma della Legge Calderoli per quanto riguardava l’elezione della Camera dei Deputati: la prima si prevedeva la divisione del territorio nazionale in 118 piccole circoscrizioni, composte da un minimo di quattro a un massimo di cinque deputati, l’assegnazione di un premio di maggioranza del 15% dei seggi e la soglia di sbarramento fissata al 5%; la seconda proposta prevedeva un ritorno alla Legge Mattarella, con 475 collegi uninominali e l’assegnazione del 25% dei collegi restanti non più attraverso il metodo dello scorporo parziale, ma attraverso l’attribuzione di un premio di maggioranza del 15% e l’introduzione di un diritto di tribuna pari al 10% del totale dei collegi; l’ultima proposta prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza (il 60% dei seggi) al partito vincitore delle elezioni, ridistribuendo i seggi restanti proporzionalmente tra gli altri partiti, lasciando aperta la possibilità sia di un sistema con liste chiuse (liste bloccate) o con preferenze e con una soglia di sbarramento al 5%. Dopo una serie di trattative e di discussioni si giunse alla promulgazione della nuova legge elettorale il 6 maggio 2015, soprannominata  Italicum da Matteo Renzi e prevedeva un sistema proporzionale a doppio turno: i seggi assegnati utilizzando la formula Hare e dei resti più altri tra i partiti che avessero superato la soglia di sbarramento fissata al 3% a livello nazionale; al partito che avesse raggiunto il 40% dei voti (le coalizioni non erano ammesse) sarebbe stato assegnato un premio di maggioranza che gli avrebbe garantito 340 seggi su 630 della Camera, mentre i seggi restanti sarebbero stati redistribuiti proporzionalmente tra i restanti partiti; nel caso in cui nessun partito avesse raggiunto la soglia necessaria per accedere al premio i due partiti più votati avrebbero partecipato a un secondo turno elettorale e il più votato avrebbe ottenuto il premio di maggioranza. Le liste elettorali erano corte (da tre a nove candidati) e semi-aperte: capolista bloccati (con la possibilità solo loro di candidarsi in un massimo di dieci collegi) mentre gli altri eletti in base al numero di preferenze ottenute. Ciascun elettore poteva esprimere fino a due voti di preferenza, ma necessariamente dovevano essere per candidati di sesso diverso; le liste dovevano prevedere l’alternanza di genere. L’Italicum era stata approvata solamente per la Camera dei Deputati, perché nel frattempo era in discussione una riforma costituzionale che avrebbe superato il bicameralismo perfetto e abolito l’elezione diretta del Senato. Il 4 dicembre 2016 si recò alle urne per votare al referendum costituzionale  il 65,47% degli aventi diritto e la maggioranza di loro  (59,12%) votò per il No. Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che era stato uno dei principali promotori della riforma, si dimise dal proprio incarico. Con la mancata approvazione della riforma costituzionale, si rese necessario modificare nuovamente la legge elettorale vigente, perché avrebbe quasi certamente avrebbe portato ad avere maggioranze di colore politico diverso alla Camera e al Senato: la prima eletta con il sistema proporzionale a doppio turno e con il premio di maggioranza, mentre la seconda con la Legge Calderoli nella versione stabilità della Corte Costituzionale (sistema proporzionale + un voto di preferenza). La stessa Corte Costituzionale dichiarò l’illegittimità costituzionale di una parte della legge elettorale del 2015 per via del doppio turno e per la possibilità ai capilista di scegliere a propria discrezione il proprio collegio d’elezione. Non essendo prevista una soglia minima per poter accedere ad esso avrebbe finito per “fabbricare” una maggioranza assoluta alla Camera nonostante il partito vincitore non avesse ottenuto molti voti in più rispetto agli altri partiti. La possibilità poi dei capilista di poter scegliere dove essere eletti avrebbe annullato le decisioni di voto degli elettori. La legge elettorale mantenne così il premio di maggioranza al primo turno per il partito che avesse ottenuto il 40% dei voti e ribatezza Legalicum, anche se poco dopo venne abrogata assieme alla Legge Calderoli e sostituita da una nuova legge elettorale, valida sia per il Senato sia per la Camera. 

6. LA LEGGE ROSATO

Il deputato del Partito Democratico Ettore Rosato presentò una proposta di legge prevedeva la suddivisione dei seggi di Camera e Senato per il 50% assegnati tramite collegi uninominali e per il restante 50% con metodo proporzionale con sbarramento al 5%. Ricevette il sostegno della Lega Nord e di Fratelli d’Italia, mentre venne criticata da Berlusconi e dal Movimento 5 Stelle. Si arrivò quindi ad un compromesso e una nuova proposta di legge, sempre presentata da Ettore Rosato (da cui il soprannome di Legge Rosato e di Rosatellum) venne promulgata il 30 novembre 2017. Prevedeva che 232 seggi alla Camera e 116 al Senato venissero eletti in collegi uninominali con il sistema maggioritario a turno unico mentre i restanti 386 seggi alla Camera e 193 al Senato con il sistema proporzionale di lista in collegi plurinominali. A seguito della riforma costituzionale del 2020 che ha ridotto il numero dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200) fu modificata la Legge Rosato, assumendo la forma che ha tutt’oggi: il 37% dei seggi (147 alla Camera e 74 al Senato) sono assegnati con il sistema maggioritario a turno unico mentre il 61% dei seggi (245 alla Camera e 122 al Senato) sono eletti con il sistema proporzionale di lista. Le circoscrizioni elettorali sono 28 per la Camera e 20 per il Senato. I collegi plurinominali sono composti da almeno 3  (2 per il Senato) a massimo 8 candidati e le liste possono essere formate da almeno due candidati a un massimo di quattro. I candidati devono essere poi alternati per il genere, pena l’inammissibilità. Un candidato può presentarsi in un collegio uninominale e in massimo cinque circoscrizioni plurinominali e se dovesse eletto sia nel primo sia nei secondi, deve mantenere il seggio della uninominale; nel caso in caso in cui dovesse risultare eletto solamente in uno o più collegi plurinominali deve scegliere il seggio dove la sua lista ha ottenuto il minor numero di voti. 

Ogni cittadino ha un solo voto, valido sia per la quota maggioritaria sia per quella proporzionale, senza possibilità di voto disgiunto o di esprimere la propria preferenza per le liste, che sono bloccate. Nel caso in cui voti per una lista, il suo voto è valido anche per il candidato nel collegio uninominale, mentre nel caso in cui votasse per quest’ultimo il suo voto è valido anche per la lista ad esso collegata e, nel caso di più liste collegate, il suo voto è ripartito proporzionalmente tra tutte le liste collegate in base al numero di voti da esse ottenute in quel collegio. I seggi nella quota proporzionale sono calcolati utilizzando il metodo di Hare e dei resti più alti. Per accedere alla redistribuzione dei seggi le coalizioni devono superare la soglia di sbarramento del 10% dei voti, con la condizione che almeno una lista della coalizione abbia ottenuto il 3% dei voti. Quest’ultima soglia è quella da raggiungere invece per tutte le liste di partito non collegate ad alcuna coalizione e per tutte le coalizioni che non sono riuscite a raggiungere il 10% dei voti. Al Senato sono poi ammesse anche le liste di partito e le coalizioni che hanno ottenuto il 20% dei voti in una o più regioni. La Legge Rosato è stata impiegata due volte: nel suo testo originale con le elezioni legislative nel 2018 (maggioranza relativa della coalizione di centro-destra di Matteo Salvini) e nel nuovo testo a seguito della riduzione del numero dei parlamentari nel 2022 (vittoria della coalizione di centro-destra di Giorgia Meloni). 

7. CONCLUSIONI

Di recente il Governo Meloni ha affermato di voler modificare la Legge Rosato per sostituirla con una nuova legge elettorale, di carattere proporzionale e con un premio di maggioranza, che assomiglia molto alla Legge Calderoli del 2005. Da notare come anche oggi il governo di centrodestra intenda portare avanti una riforma elettorale legandola a una riforma costituzionale, nuovamente il Premierato, proprio come nel 2006, con il rischio di arrivare ad avere una nuova legge elettorale legata ad una riforma costituzionale non approvata dagli elettori. 

È importante che nella nuova legge elettorale sia riconosciuto al cittadino il diritto esercitare il proprio voto di preferenza (come stabilito dalle sentenze della Corte Costituzionale) e di non ritrovarsi ad essere obbligato a votare una lista chiusa, stabilita dalle segreterie di partito, che non favorisce un ricambio della classe dirigente e invece rende i parlamentari non più legati ai cittadini, ma ai loro capi di partito. Le leggi elettorali vanno modificate per garantire una migliore governabilità o una migliore rappresentanza, non per favorire gli interessi personali del proprio partito politico. 

BIBLIOGRAFIA

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  2. Legge 31 marzo 1953, n. 148 “Modifiche al testo unico delle leggi per l’elezione della Camera dei deputati approvato con decreto presidenziale 5 febbraio 1948, n. 26.”
  3. Legge 4 agosto 1993, n. 276 Norme per l’elezione del Senato della Repubblica.
  4. Legge 4 agosto 1993, n. 277 Nuove norme per l’elezione della Camera dei deputati.
  5. Legge 21 dicembre 2005, n. 270 “Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.”
  6. https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2014/1
  7. Legge 6 maggio 2015, n. 52 “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati.”
  8. https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2017/35
  9. Legge del 3 novembre 2017, n. 165 in materia di “Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Delega al Governo per la determinazione dei collegi elettorali uninominali e plurinominali.”
  10. Disegno di legge costituzionale N.2544-D relativo a “Modifiche della Parte II della Costituzione” (Senato della Repubblica – XIV legislatura)
  11. “Capitolo 26. L’Italia repubblicana dal 1946 al 1968” in L’età contemporanea di Salvatore Lupo e Angelo Ventrone, LE MONNIER – Università (2018), pagine 450-471
  12. “Capitolo 31. “L’Italia dal Sessantotto alla Seconda Repubblica” in L’età contemporanea di Salvatore Lupo e Angelo Ventrone, LE MONNIER – Università 82018), pagine 528-550
  13. Storia politica della Repubblica 1943-2006 di Simona Colarizi, Editori Laterza, 2007. 

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