Il processo Borsellino quater segna una tappa complessa e di estrema delicatezza nella lunga ricerca della verità sulla strage di Via D’Amelio, in cui il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Mulli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, persero la vita il 19 luglio 1992. Non si tratta solo di un procedimento giudiziario che ha portato a riva non solo le responsabilità mafiose, ma anche le importanti aberrazioni che ne hanno segnato la storia giudiziaria.
In questa ottica, l’intervento del magistrato Franco Roberti si inserisce come un contributo, per il lettore, di grande valore, la sua prospettiva giuridica, maturata nel susseguirsi di anni di impegno nella lotta alla criminalità organizzata, e la sua visione etica del ruolo della magistratura ci consentono di leggere il suddetto processo non solo come un insieme di scartoffie giudiziarie, ma come un tassello essenziale nella costruzione della memoria collettiva e della coscienza civile del Paese.
Nelle sue parole è possibile incontrare limpidezza e rigore e, questo ci offre la grande possibilità di poter riflettere sul senso veritiero e rigoroso della giustizia, sul dovere di verità e sulla responsabilità che grava su chi è chiamato a esercitare il diritto. Sono parole che riflettono il presente e che offrono un riferimento prezioso anche a chi, con passione e dedizione viva, si prepara a intraprendere, con immenso senso di giustizia, la strada della magistratura.
1. Procuratore Roberti, il processo Borsellino quater nasce dopo un periodo di verità frammentata e ostacolata. Cosa ne pensa dell’apertura di questo processo? E soprattutto, per lei cosa rappresenta?
Devo fare una premessa necessaria per spiegare che cosa penso e che cosa rappresenta il processo Borsellino quater.
Fare memoria sulle stragi e i delitti politici che hanno insanguinato l’Italia da Portella della Ginestra (1° maggio 1947) alle stragi del 1992-93, sfuggendo all’ipocrisia della retorica di Stato, non serve soltanto a onorare il ricordo dei nostri martiri, ma anche a dimostrare che “la mafia è criminalità di potere che si rapporta agli altri poteri pubblici” (Sales, Storia dell’Italia mafiosa).
Le mafie sono parte integrante del sistema di potere italiano, storicamente determinato a difendere a tutti i costi posizioni di privilegio economico e politico affidando tale compito agli specialisti della strategia della tensione, individuati al Nord negli esponenti della destra eversiva e al Sud nei mafiosi. Di fronte a questo scenario di feroce lotta per il potere, per chi intenda difendere lo stato di diritto e la democrazia non si tratta soltanto di ricordare, ma di lottare per non dimenticare e per far emergere brandelli di verità ancora nascosti e inconfessabili.
Sulle stragi del ’92 continuano ad aleggiare molti, troppi interrogativi ancora senza risposta.
Certo, la morte dei due Colleghi era stata decretata da molto tempo, ma è doveroso chiederci che cosa ne determinò l’urgenza proprio in quel momento.
Credo che una delle cause ultime delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio sia stata proprio la pratica per la nomina del Procuratore nazionale, in quel momento paralizzata dai veti incrociati sui due candidati designati in commissione (Falcone e Cordova) tra lo stesso Consiglio e il ministro Martelli.
Ma Falcone era già certo di prevalere e di poter così avviare l’impulso e il coordinamento investigativo sui delitti politico-mafiosi, a partire dall’omicidio di Piersanti Mattarella, il 6 gennaio 1980, di cui si era occupato come giudice istruttore pervenendo alla convinzione che ne fossero autori materiali i neofascisti dei Nar (Fioravanti ed altri), autori anche, mesi dopo, dell’omicidio del magistrato Mario Amato e della strage di Bologna. E poi l’omicidio di Pio La Torre nel 1982. Egli riteneva che un unico filo conduttore legasse questi delitti ed altri inquadrabili nella strategia della tensione, come il golpe Borghese e la strage del Rapido 904. Ricordo a tal proposito che il processo per la strage di Bologna a carico di Paolo Bellini, esecutore materiale, esponente di Avanguardia nazionale legato ai servizi segreti e alla criminalità organizzata, ha dimostrato la responsabilità come mandanti e finanziatori della strage dei piduisti defunti Licio Gelli, Mario Tedeschi (esponente della destra neofascista), Umberto Ortolani e Federico Umberto D’Amato (capo dell’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno). Si completa il quadro delle responsabilità istituzionali già tracciato dalle condanne per calunnia e depistaggio degli agenti segreti Pazienza, Musumeci e Belmonte.
L’inizio della stagione stragista va fissato al gennaio ‘92, quando la Cassazione confermò integralmente l’impianto accusatorio del maxiprocesso, annullando con rinvio anche alcune sentenze di assoluzione, pronunciate dalla Corte di Assise di appello, per alcuni omicidi strategici di Cosa nostra. Contemporaneamente erano iniziate le indagini di Tangentopoli contro la corruzione e sembrava davvero che si stesse aprendo una nuova stagione per la giustizia nel nostro paese.
Era lo Stato – non solo pochi e isolati magistrati – che per la prima volta mostrava di non limitarsi ad amministrare la giustizia, ma di voler “combattere” per la giustizia.
Cosa nostra intuì che la nomina di Falcone alla DNA, con il viatico di quella sentenza – assieme alle indagini contro la corruzione, già allora strumento privilegiato dell’agire mafioso – sarebbe stato il suggello a questa nuova stagione ed avrebbe determinato una svolta irreversibile nei suoi rapporti con i pubblici poteri. Cosa nostra intuì ciò che a molti sembrava sfuggire: il pericolo mortale che la nomina di Falcone a Procuratore Nazionale Antimafia avrebbe rappresentato per la sua stessa sopravvivenza. Da qui la necessità di agire e di agire subito.
Lo stesso discorso vale, a mio avviso, per Paolo Borsellino, la cui nomina avrebbe, altresì, costituito la pietra tombale sulla “trattativa” Stato-Mafia, che in quei primi giorni di giugno era stata avviata.
Borsellino aveva manifestato preoccupazioni verso la DNA, in particolare che questa si trasformasse in un inutile e dannoso carrozzone di professionisti dell’antimafia nel senso più deteriore.
Ma quando, il 28 maggio, in un incontro pubblico dopo la morte di Falcone, alla presenza dei ministri Scotti e Martelli, il giornalista Bianconi gli chiese se, in caso di riapertura dei termini per il concorso, egli avrebbe presentato domanda per PNA, rispose con tre parole “li faccia riaprire”. In quei giorni Borsellino aveva pure confessato di aver perso entusiasmo, ma di voler “sostituire l’entusiasmo con la voglia di lavoro alimentata dalla rabbia”. Questo sentimento si legge nella risposta a Bianconi, anche se poi, di fronte all’incauto intervento di Scotti che assicurò la riapertura dei termini e la certa nomina di Borsellino, dal suo viso “trapelò una indignazione senza confini” (come ricorda il suo biografo Umberto Lucentini) e il giorno dopo notificò per iscritto a Scotti la sua rinuncia: “la scomparsa di Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento”. La lettera fu resa pubblica soltanto dopo la strage.
Fatta questa lunga, ma per me doverosa premessa, posso dire che il processo Borsellino quater – dopo le convulse vicende dei primi tre processi – rappresenta un recupero di dignità per la giustizia e una vittoria dello stato costituzionale di diritto.
2. Lei crede che l’apertura del processo Borsellino quater abbia segnato un vero punto di svolta nella ricostruzione dei fatti, oppure nasconde ancora verità rimaste nell’ombra?
Tutti i delitti ascrivibili alla strategia della tensione, che definisco terroristico-mafiosa, sono caratterizzati da depistaggi. Per limitarci soltanto a Via D’Amelio, direi che è un caso clamoroso e di gravità inaudita. Senza precedenti.
Mi basta ricordare le false dichiarazioni dei “collaboratori” Scarantino, Candura e Andriotta, di cui fu artefice il Capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera che, con il suo gruppo investigativo, li spinse con maltrattamenti e minacce a dichiarare il falso e ad accusare una serie di soggetti legati a Cosa nostra ma estranei alla strage.
Si accerterà poi che La Barbera, oltre che Capo della Mobile di Palermo, era anche agente dei servizi segreti con il nome di Rutilius: si volevano blindare le indagini sul livello militare per impedire che si arrivasse ai mandanti eccellenti? L’interrogativo, ancora sospeso, appare più che legittimo, doveroso e ineludibile.
A questa azione criminale commessa dagli ufficiali di polizia giudiziaria incaricati delle indagini si aggiunge la sparizione dell’agenda rossa di Borsellino, dopo che la borsa in cui era custodita era stata portata via da un ufficiale di P.G. e poi affidata allo stesso La Barbera. Nell’agenda Borsellino aveva annotato gli elementi che, come ho detto prima, avevano reso urgente la strage di Capaci e si apprestava a riferirli alla Procura di Caltanissetta. Da qui l’urgenza di ucciderlo e di far sparire l’agenda rossa.
La svolta c’è stata nel 2008 a partire dalla collaborazione di Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, seguito nel 2011 da Fabio Tranchina già uomo di fiducia di Giuseppe Graviano, capo della famiglia di Brancaccio. Ma occorre ancora indagare a fondo per tentare di individuare gli obiettivi, i mandanti e i beneficiari del depistaggio definito dalla Corte di Assise di Caltanissetta “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”.
Come dimostra la vicenda del falso pentito Maurizio Avola (2020), i depistaggi durano ancora oggi, segno evidente che c’è ancora nelle istituzioni chi ha paura della verità sui mandanti.
3. Alla luce di quanto emerso, pensa che le indagini abbiano saputo spezzare la logica criminale del tempo o, al contrario, si siano piegate alla sue regole?
Sono trascorsi venticinque anni dalla prima sentenza sulla strage (27 gennaio 1996), fondata sulle dichiarazioni dei falsi collaboratori, alla sentenza di primo grado del Borsellino quater (20 aprile 2017 dep. Il 30 giugno 2018, definitiva nel 2021), – passando per i processi Bis e Ter (quest’ultimo fondato sui contributi probatori di nuovi collaboratori) contro altri presunti mandanti ed esecutori della strage – e la sentenza di revisione della Corte di Assise di Appello di Catania del 13 luglio 2017, che assolveva gli imputati ingiustamente condannati.
La Procura di Caltanissetta, guidata da magistrati coraggiosi e di grande esperienza come Sergio Lari e Gabriele Paci, ha profuso il massimo impegno nelle indagini che hanno consentito di pervenire ad quadro di responsabilità, sia pure ancora parziale, ma che possiamo ancora sperare di completare con i mandanti esterni, i beneficiari dei depistaggi e delle coperture istituzionali, come chiaramente emerge dalla lettura delle sentenze del Borsellino quater.
4. Secondo lei, quanto è delicato, alla luce del processo Borsellino quater, il confine tra la necessità di valorizzare le voci dei collaboratori di giustizia e il rischio di trasformarli in strumenti di depistaggio?
Questo è un punto delicatissimo, che occorre tenere ben presente in tutti i processi di mafia, che non possono rinunziare all’apporto dichiarativo dei collaboratori e dei testimoni di giustizia. Il rischio che questi si trasformino in strumenti di depistaggio, sempre in agguato, può e deve essere tenuto costantemente presente e prevenuto dal magistrato che ne raccoglie le dichiarazioni vagliandole con rigore nella loro attendibilità intrinseca e secondo le regole di valutazione della prova di cui all’articolo 192 cpp., quella che definiamo come inferenza probatoria e che costituisce – e speriamo continui a costituire – l’essenza unitaria delle nostre funzioni, sia requirenti che giudicanti.
5. Considerata l’evoluzione normativa e le esperienze giudiziarie, qual è la sua considerazione sul sistema dei collaboratori di giustizia: strumento efficace contro il sistema mafioso o ambito spinoso nei confronti della ricerca della verità?
I collaboratori e i testimoni di giustizia sono uno strumento indispensabile e irrinunciabile nel contrasto giudiziario alle mafie, come dimostrano sia l’evoluzione normativa e il vigente sistema di protezione, che l’esperienza giudiziaria sviluppata fin dai primi anni ’80 da colleghi come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Piero Vigna e Giuliano Turone. A quel tempo, il vecchio codice di procedura penale imponeva al giudice istruttore l’obbligo di ricercare la verità. Questa prescrizione non è stata riprodotta nel codice Vassalli, forse perché ritenuta troppo ambiziosa rispetto a una verità “processuale” ricostruibile nel contraddittorio delle parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale (art. 111 Cost.). La ricerca della verità, o comunque la ricostruzione veritiera di vicende criminali, spesso complesse, continuerà ad avvalersi dei contributi dichiarativi ma anche, sempre di più, della capacità di utilizzare nelle indagini le tecnologie più avanzate con adeguate risorse umane e materiali.
6. Dopo diversi anni si è riusciti a costruire un giudizio più solido e conforme alla realtà. Secondo lei è stata data giustizia oppure si è voluto offrire un’immagine velata di quest’ultima?
Dalle sentenze del Borsellino quater si coglie lo sforzo compiuto dai giudici per dare, finalmente, una risposta giudiziaria adeguata alla terribile sfida mafiosa e degna dello stato costituzionale di diritto. Occorre affrontare l’ultimo tratto, il più difficile ma ineludibile, quello della ricerca delle verità “indicibili” e dei responsabili “eccellenti”.
7. Guardando al futuro della magistratura e della sua funzione, quale insegnamento deve trarre un giovane magistrato dal processo Borsellino quater per custodire la verità senza compromessi?
La sconfitta delle mafie non è soltanto un principio da proclamare nelle cerimonie e nei convegni, ma un obiettivo da perseguire concretamente e con priorità assoluta, come era stato nel pensiero e nell’azione di Falcone e Borsellino.
Ai giovani colleghi vorrei ricordare – ma so che molti ne sono già pienamente consapevoli – la funzione della magistratura, autonoma e indipendente da ogni altro potere, nello stato costituzionale di diritto: la tutela dei diritti e il controllo di legalità nell’azione dei pubblici poteri.
A questo fine, è di fondamentale importanza, nell’interesse dei cittadini, che il pubblico ministero, appartenente all’ordine giudiziario, resti indipendente e non venga sottoposto al controllo o alla direzione del potere esecutivo, come era prima della Costituzione, quando il PM era organo esecutivo della politica penale e di sicurezza del Governo (sia liberale che fascista). Immaginate come sarebbe difficile, se non impossibile, in simile contesto custodire la verità senza compromessi sulle stragi mafiose e sui delitti politici.
E vorrei infine consigliare ai giovani colleghi la lettura di un libro, l’Elogio dei giudici scritto da un avvocato. L’autore è Piero Calamandrei, avvocato, partigiano, capogruppo del Partito d’Azione all’Assemblea costituente. A lui si devono le norme del Titolo IV della Costituzione, quelle che l’attuale maggioranza vorrebbe modificare con la riforma che continuiamo stancamente a chiamare “separazione delle carriere”.
Desidero rivolgere un sentito ringraziamento al Dott. Franco Roberti per la disponibilità e la profondità delle sue parole, che rappresentano un prezioso contributo alla riflessione sul processo Borsellino quater e, più in generale, sul valore della giustizia.