Di fronte all’ennesimo orrore le parole ragionevoli cadono nel vuoto. Ancora una volta la cronaca si macchia del sangue di una vittima di femminicidio, una parola che abbiamo imparato a pronunciare con tragica familiarità, ma che continua a rappresentare il fallimento di una intera società nel contrasto ad un fenomeno che diviene sempre più dilagante. Una società in cui la mancanza di educazione affettiva e un sistema culturale malato continuano a mietere vittime. 

IL REATO DI FEMMINICIDIO PRESENTATO DAL GOVERNO
Continua a far discutere il ddl che introduce la fattispecie del reato autonomo di femminicidio. «Strumentalizzazioni populistiche utili più per accreditare l’impegno del legislatore che per offrire risposte effettive ed efficaci ad un problema serio.» Lo affermano 80 giuriste provenienti da tutte le università italiane tramite un appello contro il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 7 marzo scorso. Valeria Torre, docente di Diritto penale all’Università di Foggia, è una delle autrici del testo. Questo perchè ad oggi, la legge italiana punisce già con l’ergastolo tutti quei delitti riconducibili all’uccisione di una donna per motivi legati al genere. “Anche senza il femminicidio come fattispecie autonoma, ma con il reato di omicidio e le altre disposizioni previste dal Codice rosso e interventi normativi degli ultimi anni, si può già cogliere sul piano sanzionatorio la gravità dell’uccisione di una donna in quanto tale. E si può applicare la pena dell’ergastolo, anche se mi auguro che l’intento del legislatore non sia solo questo”, affermano le docenti. Il rischio è quello di fare propaganda anziché lavorare sulla prevenzione e su un lavoro diretto a contrastare efficacemente il fenomeno attraverso la promozione di una cultura basata sul rispetto. D’altro canto, l’avvocato Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia afferma: «che non si può né si deve cancellare: anzi, ho trovato profondamente sbagliata la raccolta firme delle giuriste contro il nuovo reato». Perché non solo continua ad essere una piaga, ma il fenomeno si sta addirittura «aggravando».

PREVENZIONE NON È PUNIZIONE 
Non serve inasprire le pene per combattere il femminicidio perché il problema non risiede solo nella severità della punizione, ma soprattutto nella prevenzione, nella cultura, e nell’efficacia dell’intervento tempestivo. Porre l’accento sull’apparato punitivo non basta, né è necessario, l’idea della punizione non ha un potere deterrente su chi è mosso da impulsi violenti o psicologicamente instabili.Di fronte all’emozione suscitata da tali atti criminali, frequentemente la società e la politica richiedono un inasprimento delle pene come risposta principale. Tuttavia, questa misura si rivela spesso inefficace o inadeguata nel prevenire i femminicidi. In realtà, la vera battaglia contro la violenza di genere deve focalizzarsi su prevenzione, istruzione e supporto reale per le vittime, piuttosto che sul mero aumento delle punizioni. Si tratta di una situazione permeata da una cultura che non valorizza la libertà delle donne, una condizione che richiede un cambiamento culturale. Inoltre, nel nostro sistema legale, l’omicidio è già sanzionato con pene molto severe in virtù delle aggravanti già esistenti. Pertanto, il problema principale non è l’assenza di normative, ma l’inefficacia delle misure adottate nonché la mancanza di un’educazione volta alla cultura del rispetto. Molte donne denunciano per tempo maltrattamenti, minacce, stalking. Tuttavia, spesso queste segnalazioni non vengono prese sul serio, oppure non portano a misure di protezione adeguate. Inasprire le pene per chi ha già commesso il crimine non serve a salvare chi è in pericolo oggi.

PREVENZIONE CULTURALE ED EDUCATIVO
Il vero terreno su cui combattere il femminicidio è quello culturale. Fin da piccoli, i bambini e le bambine devono essere educati al rispetto, all’uguaglianza e alla gestione non violenta dei conflitti. È necessario decostruire stereotipi e modelli relazionali basati sul possesso e sul controllo. Questo richiede interventi scolastici, mediatici e istituzionali mirati a cambiare la mentalità collettiva, non solo a punire chi sbaglia. Educare all’affettività significa anche educare alla responsabilità emotiva, la prevenzione passa attraverso un percorso teso al riconoscimento del concetto di consenso e di rispetto, non di punizione. In un sistema culturale in cui regna l’incapacità di gestire le proprie emozioni, un percorso teso al riconoscimento della consapevolezza e del rispetto può fare la differenza. Purtroppo ad oggi l’Italia, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania è uno dei pochi paesi dove l’educazione affettiva e sessuale non è obbligatoria nelle scuole. Un tentativo inefficace è stato fatto dal Ministro dell’Istruzione del governo Meloni, Valditara – che nel corso della conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri ha presentato lo schema del disegno di legge per il «Consenso preventivo per iscritto dei genitori» su iniziative didattiche sulla sessualità. Il disegno di legge recante “disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico” rappresenta un tentativo di colmare un enorme vuoto. «I genitori devono essere consapevoli delle iniziative didattiche in temi sensibili come quello della sessualità, per le attività extracurricolari e per quelle legate all’ampliamento dell’offerta formativa in ambito di sessualità, si stabilisce che le scuole devono acquisire il consenso preventivo per iscritto», ha dichiarato Valditara, dimenticandosi che spesso, è proprio all’interno del contesto familiare che c’è difficoltà nell’affrontare determinate tematiche. 

IL RUOLO DEL DIRITTO PENALE 
Quando affrontiamo il tema della violenza di genere il diritto penale non può essere l’unico strumento invocato, non si può demandare ogni soluzione al diritto penale. L’inasprimento delle sanzioni penali o l’introduzione di nuove fattispecie incriminatrici non funge da deterrente nel contrasto al fenomeno contro la violenza sulle donne, poiché trattasi di condotte che sono fortemente radicate e intrise in dinamiche socioculturali profonde. La violenza di genere, in particolare, presenta un aspetto emotivo e culturale che rende gli aggressori poco recettivi al messaggio intimidatorio delle leggi penali. L’idea che l’introduzione dell’ergastolo possa servire come valido deterrente per chi commette femminicidio si dimostra priva di fondamento. Infatti, questi crimini raramente sono preceduti da un’analisi razionale delle possibili conseguenze legali, risultando più frequentemente il risultato di dinamiche relazionali caratterizzate da un sentimento che parla il linguaggio del possesso. 

POLITICHE DI PREVENZIONE E CODICE ROSSO 
In Italia, uno degli strumenti più significativi in questa battaglia è il Codice Rosso, una legge entrata in vigore nel 2019 per rafforzare la tutela delle vittime di violenza domestica e sessuale. Il Codice Rosso nasce con un obiettivo chiaro: ridurre drasticamente i tempi della giustizia quando si tratta di reati legati alla violenza di genere.  Con il Codice Rosso, la normativa impone che il pubblico ministero debba sentire la vittima entro tre giorni dalla presentazione della denuncia. Questo permette di attivare tempestivamente misure di protezione, come l’allontanamento del maltrattante o il divieto di avvicinamento. La legge 69/2019 ha introdotto nuovi crimini, tra cui: diffusione non autorizzata di immagini o video sessualmente espliciti (art. 612 ter); trasgressione delle ordinanze di allontanamento dalla residenza familiare e del divieto di avvicinamento a location frequentate dalla vittima (art. 387 bis); costrizione o induzione al matrimonio (art. 558 bis); e deformazione dell’aspetto della persona a causa di lesioni permanenti al volto (art. 583 quinquies). La normativa prevede anche circostanze aggravanti, come la relazione personale in caso di omicidio e l’aggravante relativa all’età dei minori infraquattordicenni (sotto i 14 anni) nei casi di atti sessuali con minorenni. Sebbene il Codice Rosso segni un progresso significativo, non è una soluzione esaustiva. Persistono numerose criticità: ci sono carenze di risorse per una formazione adeguata delle forze di polizia, dei magistrati e degli operatori sociali; i centri antiviolenza sono spesso sottoposti a finanziamenti insufficienti; e, in particolare, la cultura patriarcale che sostiene la violenza è ancora molto diffusa. 

La risposta deve essere integrata: servono educazione affettiva e sessuale nelle scuole, campagne di sensibilizzazione, e un lavoro costante sulla prevenzione. Solo attraverso un impegno teso all’ascolto e alla consapevolezza delle proprie emozioni si formeranno soggetti responsabili. Il consenso non è un automatismo, va compreso, insegnato, e rispettato. Oggi più che mai è necessario ribadirlo, l’educazione affettiva e la sua mancanza nelle scuole rappresentano un’emergenza. Educare all’affettività significa promuovere la libertà nelle relazioni: la libertà di accettare o rifiutare senza paura, di chiedere e offrire rispetto. Tuttavia, in Italia non esiste ancora un approccio nazionale coeso e ben definito. L’insegnamento dell’affettività è spesso frutto dell’impegno di varie scuole, insegnanti o iniziative locali. È fondamentale che il governo destini risorse, formi personale adeguato e integri questi argomenti nei programmi scolastici in modo organico e interdisciplinare.

Autore

  • Martina Cicalò

    Laureanda in Giurisprudenza presso la Sapienza di Roma, appassionata di diritto penale.
    Redattrice per PoliticaMag e Ius in Itinere.
    Impegnata sul fronte della violenza di genere, e di tutti quei temi legati alla parità, ai diritti umani, e agli sviluppi sociali.
    Futuro avvocato penalista